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		<title>Cliomatica - Digital History - Contribuições do(a) usuário(a) [pt-br]</title>
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		<title>Strumenti per i progetti collaborativi</title>
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				<updated>2021-09-06T14:02:13Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;EnricaSalvatori: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Il Web 2.0 ha portato alla nascita di piattaforme e strumenti che consentono agli utenti di contribuire con esperienze, conoscenze e col proprio impegno personale alla creazione di informazione. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Uno dei primi esperimenti mondiali di crowdsourcing digitale è stato [SETI@home (il link è &amp;lt;https://setiathome.berkeley.edu/&amp;gt;], nato nel 1999 e dedicato alla ricerca di vita intelligente nell'universo. Si deve invece a Daniel J. Cohen e Roy Rosenzweig, fondatori del centro della George Mason University, la visione della digital history come strumento potente di apertura del discorso storico, capace di includere nella figura dello storico anche «amateur enthusiasts, research scholars, museum curators, documentary filmmakers, historical society administrators, classroom teachers, and history students at all levels» (inserire riferimento bibliografico a D. J. COHEN - R. ROSENZWEIG, Digital History: A Guide to Gathering, Preserving, and Presenting the Past on the Web, University of Pennsylvania Press 2006, pp.2-3).   &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tra le iniziative pionieristiche, tese appunto a incoraggiare la partecipazione popolare alla pratica della storia, merita certamente una citazione [Old Weather (il link è http://oldweather.org/index.html)] nato del 2010. Il progetto invita ancora oggi il pubblico a trascrivere le osservazioni meteorologiche annotate nei registri di bordo delle navi dalla metà del XIX secolo ai giorni nostri, al fine di contribuire all'implementazione di modelli climatici e migliorare la conoscenza delle condizioni ambientali del passato. Gli scopi, inizialmente inerenti solo la ricerca climatica e metereologica, si sono trasformati in percorsi di scoperta della storia delle singole imbarcazioni e del contesto in cui si sono trovate ad operare. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il primo scopo di una attività di [[Crowdsourcing]] è quello raggiungere obiettivi che l'istituzione stessa (il gruppo di ricerca) non riuscirebbe a conseguire per mancanza di risorse interne; ma ha come qualità collaterale, non secondaria, la potenzialità di coinvolgere attivamente l'utenza, renderla partner attiva della ricerca e quindi membro a tutti gli effetti di una comunità con obiettivi condivisi. Tramite la partecipazione attiva si possono ottenere altri risultati di rilievo, specialmente se si guarda a progetti di crowdsourcing relativi al patrimonio culturale: l'acquisizione di competenze, la crescita del senso di responsabilità nei confronti dei beni culturali, la maggiore consapevolezza critica su memorie e valori condivisi.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>EnricaSalvatori</name></author>	</entry>

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		<title>Strumenti per i progetti collaborativi</title>
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				<updated>2021-09-06T13:56:13Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;EnricaSalvatori: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;[[Crowdsourcing]]&lt;br /&gt;
Come è noto il Web 2.0 ha portato alla nascita di piattaforme e strumenti che consentono agli utenti di contribuire con esperienze, conoscenze e col proprio impegno personale alla creazione di informazione . Uno dei primi esperimenti mondiali di crowdsourcing digitale è stato SETI@home, nato nel 1999 e dedicato alla ricerca di vita intelligente nell'universo . Si deve invece a Daniel J. Cohen e Roy Rosenzweig, fondatori del già citato centro della George Mason University, la visione della digital history come strumento potente di apertura del discorso storico, capace di includere nella figura dello storico anche «amateur enthusiasts, research scholars, museum curators, documentary filmmakers, historical society administrators, classroom teachers, and history students at all levels» . Così il centro oggi sintetizza i suoi scopi: «We create websites and open-source digital tools to preserve and present the past, transform scholarship across the humanities, advance history education and historical understanding, and encourage popular participation in the practice of history» .  &lt;br /&gt;
Tra le iniziative pionieristiche, tese appunto a «incoraggiare la partecipazione popolare alla pratica della storia», merita certamente una citazione Old Weather  nato del 2010.  Il progetto invita ancora oggi il pubblico a trascrivere le osservazioni meteorologiche annotate nei registri di bordo delle navi dalla metà del XIX secolo ai giorni nostri, al fine di contribuire all'implementazione di modelli climatici e migliorare la conoscenza delle condizioni ambientali del passato. Gli scopi, inizialmente inerenti solo la ricerca climatica e metereologica, hanno ben presto rotto gli argini, trasformandosi, per partecipanti e organizzatori, in percorsi di scoperta della storia delle singole imbarcazioni e del contesto in cui si sono trovate ad operare . &lt;br /&gt;
Il primo scopo di una attività di crowdsourcing è quello raggiungere obiettivi che l'istituzione stessa (il gruppo di ricerca) non riuscirebbe a conseguire per mancanza di risorse interne; ma ha come qualità collaterale, non secondaria, la potenzialità di coinvolgere attivamente l'utenza, renderla partner attiva della ricerca e quindi membro a tutti gli effetti di una comunità con obiettivi condivisi. Tramite la partecipazione attiva si possono ottenere altri risultati di rilievo, specialmente se si guarda a progetti di crowdsourcing relativi al patrimonio culturale: l'acquisizione di competenze, la crescita del senso di responsabilità nei confronti dei beni culturali, la maggiore consapevolezza critica su memorie e valori condivisi.&lt;br /&gt;
Nelle pratiche più diffuse di Digital Public History il crowdsourcing si concretizza nella raccolta di &amp;quot;memorie&amp;quot;: oggetti provenienti dall'archivio di famiglia o personale, digitalizzati e quindi spontaneamente riversati nel sito dei promotori dell'iniziativa, con l'accompagnamento dei dati minimi per la loro contestualizzazione. La raccolta viene promossa e alimentata tramite la condivisione stessa dei materiali raccolti, il loro commento su piattaforme social, la loro corretta archiviazione e contestualizzazione da parte di professionisti e l'organizzazione di eventi tesi a valorizzare il progressivo accrescersi del patrimonio comune. &lt;br /&gt;
Il successo di queste opere di raccolta pubblica dipende da diversi fattori, tra cui la chiarezza iniziale degli obiettivi, l'allestimento di una piattaforma ben funzionante e la possibilità di sostenere nel tempo l'iniziativa. Tra le caratteristiche fondamentali, per il settore storico-culturale, vi sono però anche la qualità della collezione che si intende condividere con il pubblico e le modalità con cui lo si intende coinvolgere e gratificare: in sostanza la possibilità effettiva di operare sulle fonti e il riconoscimento (gratificazione) dovuto al lavoro prestato .&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>EnricaSalvatori</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://lhs.unb.br/cliomatica/index.php?title=Digital_Public_History&amp;diff=3626</id>
		<title>Digital Public History</title>
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				<updated>2021-09-06T13:54:14Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;EnricaSalvatori: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{articolo|&lt;br /&gt;
nome=Vanessa Giusy|&lt;br /&gt;
cognome=Conti|&lt;br /&gt;
testo=&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== '''Digital Public History''' ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La ''Digital Public History'' rappresenta un nuovo modo di fare storia: è attivo e partecipativo e comprende le attività di recupero della memoria storica che si svolgono per il pubblico e con il pubblico. Scopo principale di questa disciplina, infatti, è trasportare la storia al di fuori dei confini accademici, verso un pubblico di non addetti ai lavori.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La ''Public History'' è nata in ambito accademico statunitense negli anni Settanta del Novecento con l’intento di portare la storia fuori dalle accademie, rendendola un patrimonio comune, dove più voci erano in grado di dar vita a più narrazioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nell’aprile 2017 è nata in Italia l’AIPH (Associazione Italiana di Public History) per iniziativa della Giunta Centrale per gli Studi Storici e della International Federation for Public History. Fin dalla prima conferenza, tenutasi a Ravenna tra il 5 e l’8 giugno 2017, la comunità degli archivisti si è mostrata interessata ed entusiasta, in quanto è stato riconosciuto il ruolo centrale degli archivi all’interno delle pratiche di Public History.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le conferenze successive, inoltre, hanno messo in evidenza il ruolo strategico e centrale di archivi e biblioteche, soprattutto digitali, per poter avviare progetti di Public History.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== '''Il pubblico''' ===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ogni contenuto o informazione veicolato sul web, in modo gratuito e senza censura, ha la possibilità di essere visto da qualsiasi utente all’interno della rete.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il pubblico di riferimento, quindi, è potenzialmente molto vasto ma è necessario distinguere il concetto di “''pubblico accesso''”, che contempla l’eventualità che chiunque possa usufruire di un prodotto digitale, dalle reali azioni di accesso e consultazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Esistono, per esempio, molte valide e innovative ricerche storiche che, pur trovandosi online, restano confinate a un ristretto gruppo di interlocutori, o perché la loro natura complessa le rende poco fruibili e spendibili per la maggior parte degli utenti o per il modo in cui vengono presentate e narrate.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A questo proposito, è necessario comprendere quanto il prodotto storico veicolato nel web sia capace di coinvolgere i suoi fruitori, di impegnarli e farli partecipare attivamente alla sua costruzione e al suo perfezionamento.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’opzione tecnologica, infatti, non è una condizione sufficiente per ottenere il coinvolgimento del pubblico perché avere a che fare con contenuti storici presuppone comunque un buon livello di cultura e consapevolezza. In questo senso, argomentazioni molto tecniche o ambiti scarsamente noti possono suscitare negli utenti l’effetto contrario, scoraggiando l’interesse verso una determinata trattazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come in altri ambiti, quindi, anche nel web, modalità e pratiche con cui vengono elaborati e presentati i contenuti storici risultano fondamentali per suscitare l’interesse del pubblico e coinvolgerlo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un prodotto digitale basato sulla pubblicazione di fonti, per esempio, sarà meno appetibile di uno incentrato su percorsi biografici o su memorie collettive.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il passaggio è fondamentale, in quanto è proprio attraverso il ''public engagement'' che la Storia digitale si trasforma in Storia pubblica digitale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== '''La partecipazione''' ===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La ''Digital Public History'' rappresenta uno strumento e una metodologia importante per la conoscenza e la valorizzazione di qualsiasi patrimonio documentario perché archivi e biblioteche digitali possono essere “''partecipati” e “partecipativi''”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa disciplina, infatti, intende lavorare con il pubblico nel percorso che porta da un avvenimento alla sua interpretazione e ha l’obiettivo di condividere con il pubblico la consapevolezza di tale costruzione, al fine di creare memorie digitali storicamente valide.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“''Public history''” e “''Public memory''”, però, non rappresentano un’unica entità, per quanto possano procedere di pari passo e avere elementi comuni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un banca dati archivistica o un repertorio di fonti, infatti, non rappresentano un prodotto di ''Digital public history'' solo perché presentate in formato digitale; lo diventerebbero, però, nel caso in cui trattassero argomenti in grado di suscitare interesse nel grande pubblico e fossero predisposti alla partecipazione collettiva degli utenti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’enfasi posta sul processo di costruzione della storia e sulla condivisione di tale percorso implica l’ambizione di fare del pubblico non solo un fruitore di contenuti ma anche un agente attivo di una migliore conoscenza del passato e della storia. Sono perciò fondamentali per incrementare questo processo di condivisione gli '''[[Strumenti per i progetti collaborativi|strumenti per i progetti collaborativi]]'''.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da un lato, quindi, la ''Digital public history'' mira a raggiungere l’obiettivo di estensione significativa della partecipazione del pubblico alla ricerca storica, ai metodi e agli strumenti del “fare storia”; dall’altro, invece, è strettamente legata al concetto di mediazione di contenuti e documenti storici condivisi tra un vasto pubblico anche di non addetti ai lavori.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il fatto che chiunque possa contribuire a “fare storia” non può, però, intaccare alcuni aspetti fondamentali della ricerca e del metodo storico, come la trasparenza e la contestualizzazione delle fonti storiche, la tensione verso la verità e l’obiettività storica. Diviene quindi essenziale per il Public historian rispondere a un '''[[Il codice etico del Public Historian|codice etico]]'''.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bisogna evitare, infatti, che allargando l’uso della storia a un vasto pubblico, questa diventi un insieme di fonti poco chiare, non verificate e prive dei metadati necessari per la loro contestualizzazione. È indispensabile fare in modo che la storia non venga assoggettata a ideologie politiche, religiose o di altro tipo e che la fonte storica, venendo privata del contesto sociale e storico in cui è stata prodotta, diventi uno strumento utilizzato in un racconto autoreferenziale che non aggiunge niente alla consapevolezza storica di un gruppo o di una comunità.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per fare questo, è stata introdotta una nuova figura professionale di storico: il ''digital public historian o storico pubblico digitale''.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tale figura risponde alla necessità di indirizzare verso la veridicità, la trasparenza e la contestualizzazione delle fonti la storia, la quale continua a essere condivisa e scritta dal pubblico di non accademici verso cui si mira ad avvicinarla.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lo scopo del ''digital public historian'', quindi, non è solo quello di ridurre le distanze con il pubblico al fine di rendere accessibili i risultati della ricerca metodologica ma è anche quello di istituire un nesso saldo tra fonte e narrazione, il cui esito sia un’interpretazione fondata, basata su un’analisi critica delle fonti scientificamente provata.&lt;br /&gt;
Risulta in questo senso fondamentale una proficua interazione con '''[[Storia e social media|i social media]]'''.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In questo senso, non vi è una suddivisione gerarchica stabilita a priori perché lo storico pubblico digitale pone la propria conoscenza del passato storico in relazione con le memorie e gli sguardi sul passato proposti dal pubblico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questo elemento risulta fondamentale, in quanto può contribuire ad approfondire questioni storiografiche importanti, far sorgere nuove domande e restituire ulteriori questioni al ''public historian'' stesso, rilanciando la ricerca storiografica verso nuove direzioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In questo senso la ''Digital Public History'' è una pratica che appartiene al pubblico, che diviene impresa comune perché in grado di produrre nuovi interrogativi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In questo senso anche il '''[[Gaming|gaming]]''' può essere interpretato come una forma di '''[[Videogiochi come Digital History|digital history]]'''.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
}}&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>EnricaSalvatori</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://lhs.unb.br/cliomatica/index.php?title=Edizioni_digitali&amp;diff=3625</id>
		<title>Edizioni digitali</title>
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				<updated>2021-09-06T13:50:19Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;EnricaSalvatori: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Il lavoro di edizione delle fonti storiche, siano esse letterarie, documentarie o epigrafiche è parte integrante del mestiere dell’umanista, anche se si declina con peculiari caratteristiche a seconda che lo studioso sia un filologo, uno storico, un archivista, un paleografo, un esperto di letteratura e così via, in relazione all’ampia gamma di specializzazioni che le scienze umane hanno maturato negli ultimi secoli.&lt;br /&gt;
Da alcuni decenni si è aperta la possibilità di produrre, di queste medesime fonti, anche l’edizione digitale, che un tempo era su supporto esclusivamente materiale (CD-Rom, ma ancor prima floppy disk) e che oggi, invece, si posiziona quasi sempre sul web. La scelta se procedere a un’edizione cartacea tradizionale oppure immettere il proprio lavoro a disposizione di tutti nella grande rete non è banale e implica la piena consapevolezza dei diversi fattori in gioco, quali la riconoscibilità del lavoro di edizione critica ai fini della carriera accademica, la conservazione, i costi e la sostenibilità del progetto editoriale, la possibilità di citare correttamente il portato scientifico del prodotto, le competenze necessarie per attuarlo.&lt;br /&gt;
In questa sezione descriveremo in particolare le principali [[Tipologie di edizioni digitali]].&lt;br /&gt;
In seguito approfondiremo la [Codifica dei testi]] - nella stragrande maggioranza dei casi indispensabile per arrivare a una edizione digitale - e infine esamineremo i principali [[Strumenti per le edizioni digitali]].&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>EnricaSalvatori</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://lhs.unb.br/cliomatica/index.php?title=Statistica&amp;diff=3624</id>
		<title>Statistica</title>
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				<updated>2021-09-06T13:44:22Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;EnricaSalvatori: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{articolo|&lt;br /&gt;
nome=Celeste|&lt;br /&gt;
cognome=Di Pasquale|&lt;br /&gt;
testo=&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Analisi statistica==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Cosa è la statistica?===&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Con il termine '''statistica''' si intende una scienza, strumentale ad altre, concernente la determinazione dei metodi scientifici da seguire per raccogliere, elaborare e valutare i dati riguardanti l’essenza di particolari ''fenomeni collettivi (o fenomeni di massa)'' &amp;lt;ref&amp;gt;C. Iodice, ''Elementi di statistica'', Simone SPA, 2015, p. 7&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
Questa discipina, in particolare la '''[[Statistica descrittiva]],''' serve agli storici per descrivere le caratteristiche essenziali dei fenomeni collettivi osservati. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La statistica nasce come attività descrittiva di certi fenomeni sociali e, in particolare, come attività amministrativa dello Stato: infatti il termine &amp;quot;statistica&amp;quot; deriva dal termine &amp;quot;stato&amp;quot;, anche se poi ha ampliato il suo campo di applicazione fino a diventare una “scienza del collettivo” &amp;lt;ref&amp;gt;Voce &amp;quot;statistica&amp;quot; nell’Enciclopedia Treccani, consultata 17 gennaio 2021, https://www.treccani.it/enciclopedia/statistica.&amp;lt;/ref&amp;gt;   , comprendendo cioè tutte le situazioni in cui siano implicati fenomeni collettivi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sono considerati '''fenomeni collettivi''' quei fenomeni che non posso essere conosciuti con una sola osservazione, ma che, al contrario, possono essere analizzati, descritti e interpretati mediante la sintesi di un elevato numero di osservazioni che riguardano fenomeni più semplici (''fenomeni individuali'') &amp;lt;ref&amp;gt; A. Porro, ''Storia e statistica. Introduzione ai metodi quantitativi per la ricerca storica'', Roma, 1989, pp.39-40&amp;lt;/ref&amp;gt;  .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Esempio: il fenomeno della natalità, può essere analizzato solo osservando, contando e raffrontando le singole nascite.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Possiamo, in realtà, distinguere due tipologie di fenomeni collettivi: &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
* fenomeni collettivi composti da casi singoli (es.  natalità) &lt;br /&gt;
* fenomeni che pur riferendosi a un singolo evento sono considerati collettivi poiché per essere conosciuti e analizzati è necessaria la ripetizione dell’osservazione del fenomeno singolo e la sintesi numerica che si può ottenere dall’insieme di tali osservazioni (esempio: lunghezza di un segmento o massa di un corpo che possono essere determinate solo mediante una serie di misurazioni successive eseguite con lo stesso strumento e dallo stesso ricercatore). &amp;lt;ref&amp;gt;''Ibidem'' &amp;lt;/ref&amp;gt;   &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa distinzione è importante perché da essa possiamo dedurre una prima differenza tra le scienze sociali (come la storia/storiografia), che si avvalgono della statistica per lo studio di fenomeni collettivi del primo tipo, mentre le scienze sperimentali (come la fisica, la chimica, la biologia ecc.) ricorrono alla statistica per la conoscenza di fenomeni collettivi del secondo tipo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel caso della storia è interessante notare come essa si sia sempre occupata della collettività e, quindi, l’oggetto di studio è lo stesso della statistica, ma che la  storia condotta senza questo ausilio  si appoggia a una analisi esclusivamente di tipo qualitativo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Analisi qualitativa e quantitativa ===&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando analizziamo i fenomeni siamo abituati ad utilizzare metodi quantitativi per i fenomeni naturali e metodi qualitativi per i fenomeni sociali, instaurando in questo modo una consolidata gerarchia tra questi due tipi di analisi, che attribuisce alla prima una sorta di naturale superiorità verso la seconda.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel caso delle scienze naturali l’analisi qualitativa sembra essere priva di dignità scientifica e, talvolta, è vista anche come una volgarizzazione di ciò che dovrebbe essere enunciato in modo formalizzato con dati quantitativi; nelle scienze “umane”, viceversa, l’analisi quantitativa è spesso vista come una riduzione della varietà del reale a pochi parametri misurabili. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il quantitativo e qualitativo, in realtà, non devono essere visti come due scenari diversi ma approcci diversi allo stesso scenario che possono essere applicati alla stessa ricerca.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il dialogo tra quantitativo e qualitativo risulta essere più presente di quanto pensiamo in primo luogo poiché i fenomeni qualitativi hanno spesso una manifestazione quantitativa: &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;span style=&amp;quot;color:#0000FF&amp;quot;&amp;gt;Esempio:&amp;lt;/span&amp;gt; “Si vive meglio in una grande città” → questa affermazione che potrebbe essere posta in un sondaggio per una ricerca di tipo sociale esprime un concetto qualitativo che però ha bisogno di una complementare chiarezza quantitativa. Le città si misurano anche in numeri (strade, case, persone, edifici, automobili, semafori ecc.), ma il numero non corrisponde alla qualità e, di conseguenza, le grandi città o le piccole città sono diversi tipi di città non solo a livello di variazione numerica. Tra una città di 100.000 abitanti e una di 150.000 non vediamo molte differenze come invece emergono tra città con 50.000 e 500.000 o 5.000.000 abitanti. Le diverse metriche della città producono anche diversi tipi di comportamento o aspettativa di comportamento. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questo dialogo appare vivo e indispensabile nella statistica e lo è ancora di più nel caso della storia in quanto da un lato la conoscenza della “qualità” di un fenomeno consente di usare correttamente i dati statistici e dall’altro i dati statistici permettono di comprendere meglio la realtà osservata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non si tratta, dunque, di trovare una gerarchia tra quale sia l’approccio migliore, ma di coglierne la complementarità e far dialogare questi due approcci.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vi è, tuttavia, un ampio dibattito accademico sull’uso dei metodi quantitativi per le scienze sociali e, in particolare, per la storia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La storiografia che si avvale della statistica, come metodo di indagine, è detta '''storia quantitativa'''.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Cosa è la storia quantitativa? ===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il termine ''storia quantitativa (quantitative history)'' viene utilizzato per indicare la corrente storiografica basata su una metodologia che prevede l’utilizzo sistematico di fonti quantitative che forniscono allo storico una quantità notevole di dati tale da poter essere analizzata mediante procedure matematiche, statistiche e informatiche &amp;lt;ref&amp;gt; Voce «quantitativa, storia» in ''Dizionario di Storia'' della Treccani, consultato 17 gennaio 2021, https://www.treccani.it/enciclopedia/storia-quantitativa_(Dizionario-di-Storia).&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inizialmente l’utilizzo di metodi quantitativi per la descrizione di avvenimenti storici e, quindi, la storia quantitativa si è rivolto soprattutto all'analisi di fenomeni economici e soprattutto come strumento di ausilio per rafforzarne l’autorevolezza, ma è negli anni ’50 del secolo scorso che la storia quantitativa tradizionale subì un rinnovamento ad opera della scuola statunitense ''New economic history'', che estendeva il metodo quantitativo alla storia del lavoro e della schiavitù, dell’agricoltura e dei trasporti &amp;lt;ref&amp;gt;''Ibidem''&amp;lt;/ref&amp;gt;.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questo approccio venne definito ''nuova storia economica'' (dal nome della scuola) ma anche ''cliometria'' evidenziando, così, la duplice natura della disciplina in quanto il termine risulta essere l’unione del nome della musa della storia, Clio, e del termine greco ''métron'', “misura”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La cliometria si pone come obiettivo quello di analizzare i processi storici, economici e sociali misurando nel tempo le grandezze economiche e studiando questi fenomeni attraverso le leggi economiche. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
'''Cliometria:''' metodologia storica che impiega modelli economici nello studio del passato per studiare, in particolare, lo sviluppo economico &amp;lt;ref&amp;gt; Voce «cliometria» nell’Enciclopedia Treccani, consultata 16 gennaio 2021, https://www.treccani.it/enciclopedia/cliometria.&amp;lt;/ref&amp;gt;.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non è un caso che ci troviamo proprio tra la fine degli anni ’50 e l’inizio del decennio successivo quando gli storici sono interessati al problema dello sviluppo e cercano di rispondere alle domande: quali sono le condizioni di crescita economica? Perché le sue diseguaglianze e le sue tensioni? &amp;lt;ref&amp;gt; Angelo Porro, ''Storia e statistica. Introduzione ai metodi quantitativi per la ricerca storica'', Roma, 1989, p. 19&amp;lt;/ref&amp;gt;  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un esempio da questo punto di vista è il lavoro di Robert William Fogel, considerato uno dei padri della ''cliometria'', il quale, per poter comprendere quali fossero stati gli effetti della costruzione delle ferrovie sulla crescita economica degli Stati Uniti, creò un modello controfattuale che ipotizzava uno sviluppo su grande scala alternativo a quello ferroviario della rete dei canali sul territorio americano e dimostrando, mediante l’analisi quantitativa, come la rete ferroviaria fosse più efficiente rispetto a quella dei canali &amp;lt;ref&amp;gt;Voce «cliometria» in “Dizionario di Economia e Finanza” Treccani, consultato 17 gennaio 2021, https://www.treccani.it/enciclopedia/cliometria_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza).&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La metodologia cliometrica è stato oggetto, però, di critiche sia da parte di storici ed economisti. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le critiche rivolte alla storia quantitativa si basano, in primo luogo, su una argomentazione di natura metodologica-epistemologica. Di fatto coloro che negano la validità della storia quantitativa affermano che, con l’uso del metodo statistico, viene alterato il tradizionale statuto epistemologico della conoscenza storiografica, che è conoscenza degli aspetti qualitativi della realtà. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In realtà, come abbiamo detto sin da subito, l’oggetto di indagine della storia quantitativa risulta essere lo stesso della storia “qualitativa”, in quanto entrambi si occupano dei ''fenomeni collettivi'' come, per esempio, gruppi e i comportamenti sociali, le istituzioni politico-amministrative, le attività economiche o anche civili e religiose; ciò che cambia è il modo in cui vengono osservati in quanto nella storia quantitativa i fenomeni collettivi non sono più visti come estensione intuitiva di eventi singoli, ma come somma di una molteplicità di eventi resi omogenei dalle caratteristiche in comune. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Perché è difficile applicare i metodi quantitativi a fenomeni storici? ===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le critiche sono legate, spesso, alla natura metodologica e alla tipologia di fonti utilizzate in quanto, da un lato, molte fonti non sono state prodotte per essere correttamente utilizzate dagli strumenti statistici e, da altra parte, le fonti storiche sono spesso incomplete e ambivalenti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Secondo lo storico polacco Wilton Kula si hanno fondamentalmente tre tipi di fonti per la storia quantitativa: &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
* fonti di tipo seriale → raccolte con intento statistico (es. censimenti);&lt;br /&gt;
* fonti di tipo istituzionale relative a fenomeni di massa → documenti predisposti dalle amministrazioni pubbliche (ma anche private) per scopi specifici (es. elenchi di leva), &amp;lt;span style=&amp;quot;color:red&amp;quot;&amp;gt;ma&amp;lt;/span&amp;gt; resi non del tutto attendibili da fenomeni come, per esempio, la retinenza;&lt;br /&gt;
* fonti relative a fenomeni individuali che si presentano su scala di massa → come, per esempio, i registri parrocchiali che contengono annotazioni su battesimi, morti, matrimoni e che sono stati resi obbligatori dopo il concilio di Trento (1563), ma che sono tutt'altro che sistematici e presentano difficoltà di lettura &amp;lt;ref&amp;gt; Cfr. W.Kula, ''Problemi e metodi di storia economica '', Milano 1972, p.290&amp;lt;/ref&amp;gt;   &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una classificazione differente delle fonti della storia quantitativa è stata, invece, fornita da François Furet il quale distingue le fonti non sulla base della natura e l’origine della fonte stessa, bensì sulla specificità della prospettiva con cui gli storici si propongono di ricavarne dati e informazioni &amp;lt;ref&amp;gt; Angelo Porro, ''Storia e statistica. Introduzione ai metodi quantitativi per la ricerca storica '', Roma, 1989, p. 30.&amp;lt;/ref&amp;gt;; egli ritiene che una documentazione statistica possa essere utilizzata in “modo sostitutivo”, cioè lo storico non la usa per avere informazioni dirette sugli argomenti che hanno costituito l’oggetto della rilevazione ma per conoscere fenomeni diversi:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;BLOCKQUOTE&amp;gt; &amp;lt;span style=&amp;quot;color:#0000FF&amp;quot;&amp;gt;Esempio:&amp;lt;/span&amp;gt; uso dei registri parrocchiali non per un'indagine sulla natalità ma per comprendere il benessere di una società o l’evoluzione dei costumi sessuali.&amp;lt;/BLOCKQUOTE&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa idea di Furet risulta interessante in quanto egli in questo modo evidenzia come anche nel caso della storia quantitativa sia fondamentale che lo storico possieda una buona autonomia di giudizio nel valutare la rilevanza delle fonti e nell’interpretarle alla luce degli obiettivi di ricerca.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’uso di metodi quantitativi non significa che lo storico debba abbandonare del tutto una analisi di tipo tradizionale come, per esempio, accertarsi lo stato di conservazione archivistica e ricondurre le fonti al contesto politico-storico in cui furono prodotte: &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;BLOCKQUOTE&amp;gt; &amp;lt;span style=&amp;quot;color:#0000FF&amp;quot;&amp;gt;Esempio:&amp;lt;/span&amp;gt; calcolare la durata media della vita in epoche storiche passate → il dato potrebbe essere non rappresentativo dell’intera popolazione, poiché le informazioni da noi disponibili riguardano solo alcuni settori della popolazione (ceti privilegiati).&amp;lt;/BLOCKQUOTE&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un altro importante problema legato all’applicazione dei metodi statistici alle fonti storiche consiste nel fatto  che la conoscenza del passato è sempre una conoscenza parziale, in quanto il più delle volte i dati disponibili fanno parte di un insieme più ampio di dati che è andato perduto e, quindi, i dati spesso non sono idonei ad essere utilizzati come campione, poiché sono prodotti di una selezione casuale di cui, spesso, non si conoscono i criteri della selezione (per la definizione di campione vedi '''[[Concetti base di statistica]]''').&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
}}&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>EnricaSalvatori</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://lhs.unb.br/cliomatica/index.php?title=Statistica&amp;diff=3623</id>
		<title>Statistica</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://lhs.unb.br/cliomatica/index.php?title=Statistica&amp;diff=3623"/>
				<updated>2021-09-06T13:42:57Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;EnricaSalvatori: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{articolo|&lt;br /&gt;
nome=Celeste|&lt;br /&gt;
cognome=Di Pasquale|&lt;br /&gt;
testo=&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Analisi statistica==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Cosa è la statistica?===&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Con il termine '''statistica''' si intende una scienza, strumentale ad altre, concernente la determinazione dei metodi scientifici da seguire per raccogliere, elaborare e valutare i dati riguardanti l’essenza di particolari ''fenomeni collettivi (o fenomeni di massa)'' &amp;lt;ref&amp;gt;C. Iodice, ''Elementi di statistica'', Simone SPA, 2015, p. 7&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
Questa discipina, in particolare la [[Mídia:statistica descrittiva]], serve agli storici per descrivere le caratteristiche essenziali dei fenomeni collettivi osservati. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La statistica nasce come attività descrittiva di certi fenomeni sociali e, in particolare, come attività amministrativa dello Stato: infatti il termine &amp;quot;statistica&amp;quot; deriva dal termine &amp;quot;stato&amp;quot;, anche se poi ha ampliato il suo campo di applicazione fino a diventare una “scienza del collettivo” &amp;lt;ref&amp;gt;Voce &amp;quot;statistica&amp;quot; nell’Enciclopedia Treccani, consultata 17 gennaio 2021, https://www.treccani.it/enciclopedia/statistica.&amp;lt;/ref&amp;gt;   , comprendendo cioè tutte le situazioni in cui siano implicati fenomeni collettivi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sono considerati '''fenomeni collettivi''' quei fenomeni che non posso essere conosciuti con una sola osservazione, ma che, al contrario, possono essere analizzati, descritti e interpretati mediante la sintesi di un elevato numero di osservazioni che riguardano fenomeni più semplici (''fenomeni individuali'') &amp;lt;ref&amp;gt; A. Porro, ''Storia e statistica. Introduzione ai metodi quantitativi per la ricerca storica'', Roma, 1989, pp.39-40&amp;lt;/ref&amp;gt;  .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Esempio: il fenomeno della natalità, può essere analizzato solo osservando, contando e raffrontando le singole nascite.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Possiamo, in realtà, distinguere due tipologie di fenomeni collettivi: &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
* fenomeni collettivi composti da casi singoli (es.  natalità) &lt;br /&gt;
* fenomeni che pur riferendosi a un singolo evento sono considerati collettivi poiché per essere conosciuti e analizzati è necessaria la ripetizione dell’osservazione del fenomeno singolo e la sintesi numerica che si può ottenere dall’insieme di tali osservazioni (esempio: lunghezza di un segmento o massa di un corpo che possono essere determinate solo mediante una serie di misurazioni successive eseguite con lo stesso strumento e dallo stesso ricercatore). &amp;lt;ref&amp;gt;''Ibidem'' &amp;lt;/ref&amp;gt;   &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa distinzione è importante perché da essa possiamo dedurre una prima differenza tra le scienze sociali (come la storia/storiografia), che si avvalgono della statistica per lo studio di fenomeni collettivi del primo tipo, mentre le scienze sperimentali (come la fisica, la chimica, la biologia ecc.) ricorrono alla statistica per la conoscenza di fenomeni collettivi del secondo tipo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel caso della storia è interessante notare come essa si sia sempre occupata della collettività e, quindi, l’oggetto di studio è lo stesso della statistica, ma che la  storia condotta senza questo ausilio  si appoggia a una analisi esclusivamente di tipo qualitativo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Analisi qualitativa e quantitativa ===&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando analizziamo i fenomeni siamo abituati ad utilizzare metodi quantitativi per i fenomeni naturali e metodi qualitativi per i fenomeni sociali, instaurando in questo modo una consolidata gerarchia tra questi due tipi di analisi, che attribuisce alla prima una sorta di naturale superiorità verso la seconda.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel caso delle scienze naturali l’analisi qualitativa sembra essere priva di dignità scientifica e, talvolta, è vista anche come una volgarizzazione di ciò che dovrebbe essere enunciato in modo formalizzato con dati quantitativi; nelle scienze “umane”, viceversa, l’analisi quantitativa è spesso vista come una riduzione della varietà del reale a pochi parametri misurabili. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il quantitativo e qualitativo, in realtà, non devono essere visti come due scenari diversi ma approcci diversi allo stesso scenario che possono essere applicati alla stessa ricerca.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il dialogo tra quantitativo e qualitativo risulta essere più presente di quanto pensiamo in primo luogo poiché i fenomeni qualitativi hanno spesso una manifestazione quantitativa: &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;span style=&amp;quot;color:#0000FF&amp;quot;&amp;gt;Esempio:&amp;lt;/span&amp;gt; “Si vive meglio in una grande città” → questa affermazione che potrebbe essere posta in un sondaggio per una ricerca di tipo sociale esprime un concetto qualitativo che però ha bisogno di una complementare chiarezza quantitativa. Le città si misurano anche in numeri (strade, case, persone, edifici, automobili, semafori ecc.), ma il numero non corrisponde alla qualità e, di conseguenza, le grandi città o le piccole città sono diversi tipi di città non solo a livello di variazione numerica. Tra una città di 100.000 abitanti e una di 150.000 non vediamo molte differenze come invece emergono tra città con 50.000 e 500.000 o 5.000.000 abitanti. Le diverse metriche della città producono anche diversi tipi di comportamento o aspettativa di comportamento. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questo dialogo appare vivo e indispensabile nella statistica e lo è ancora di più nel caso della storia in quanto da un lato la conoscenza della “qualità” di un fenomeno consente di usare correttamente i dati statistici e dall’altro i dati statistici permettono di comprendere meglio la realtà osservata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non si tratta, dunque, di trovare una gerarchia tra quale sia l’approccio migliore, ma di coglierne la complementarità e far dialogare questi due approcci.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vi è, tuttavia, un ampio dibattito accademico sull’uso dei metodi quantitativi per le scienze sociali e, in particolare, per la storia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La storiografia che si avvale della statistica, come metodo di indagine, è detta '''storia quantitativa'''.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Cosa è la storia quantitativa? ===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il termine ''storia quantitativa (quantitative history)'' viene utilizzato per indicare la corrente storiografica basata su una metodologia che prevede l’utilizzo sistematico di fonti quantitative che forniscono allo storico una quantità notevole di dati tale da poter essere analizzata mediante procedure matematiche, statistiche e informatiche &amp;lt;ref&amp;gt; Voce «quantitativa, storia» in ''Dizionario di Storia'' della Treccani, consultato 17 gennaio 2021, https://www.treccani.it/enciclopedia/storia-quantitativa_(Dizionario-di-Storia).&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inizialmente l’utilizzo di metodi quantitativi per la descrizione di avvenimenti storici e, quindi, la storia quantitativa si è rivolto soprattutto all'analisi di fenomeni economici e soprattutto come strumento di ausilio per rafforzarne l’autorevolezza, ma è negli anni ’50 del secolo scorso che la storia quantitativa tradizionale subì un rinnovamento ad opera della scuola statunitense ''New economic history'', che estendeva il metodo quantitativo alla storia del lavoro e della schiavitù, dell’agricoltura e dei trasporti &amp;lt;ref&amp;gt;''Ibidem''&amp;lt;/ref&amp;gt;.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questo approccio venne definito ''nuova storia economica'' (dal nome della scuola) ma anche ''cliometria'' evidenziando, così, la duplice natura della disciplina in quanto il termine risulta essere l’unione del nome della musa della storia, Clio, e del termine greco ''métron'', “misura”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La cliometria si pone come obiettivo quello di analizzare i processi storici, economici e sociali misurando nel tempo le grandezze economiche e studiando questi fenomeni attraverso le leggi economiche. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
'''Cliometria:''' metodologia storica che impiega modelli economici nello studio del passato per studiare, in particolare, lo sviluppo economico &amp;lt;ref&amp;gt; Voce «cliometria» nell’Enciclopedia Treccani, consultata 16 gennaio 2021, https://www.treccani.it/enciclopedia/cliometria.&amp;lt;/ref&amp;gt;.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non è un caso che ci troviamo proprio tra la fine degli anni ’50 e l’inizio del decennio successivo quando gli storici sono interessati al problema dello sviluppo e cercano di rispondere alle domande: quali sono le condizioni di crescita economica? Perché le sue diseguaglianze e le sue tensioni? &amp;lt;ref&amp;gt; Angelo Porro, ''Storia e statistica. Introduzione ai metodi quantitativi per la ricerca storica'', Roma, 1989, p. 19&amp;lt;/ref&amp;gt;  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un esempio da questo punto di vista è il lavoro di Robert William Fogel, considerato uno dei padri della ''cliometria'', il quale, per poter comprendere quali fossero stati gli effetti della costruzione delle ferrovie sulla crescita economica degli Stati Uniti, creò un modello controfattuale che ipotizzava uno sviluppo su grande scala alternativo a quello ferroviario della rete dei canali sul territorio americano e dimostrando, mediante l’analisi quantitativa, come la rete ferroviaria fosse più efficiente rispetto a quella dei canali &amp;lt;ref&amp;gt;Voce «cliometria» in “Dizionario di Economia e Finanza” Treccani, consultato 17 gennaio 2021, https://www.treccani.it/enciclopedia/cliometria_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza).&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La metodologia cliometrica è stato oggetto, però, di critiche sia da parte di storici ed economisti. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le critiche rivolte alla storia quantitativa si basano, in primo luogo, su una argomentazione di natura metodologica-epistemologica. Di fatto coloro che negano la validità della storia quantitativa affermano che, con l’uso del metodo statistico, viene alterato il tradizionale statuto epistemologico della conoscenza storiografica, che è conoscenza degli aspetti qualitativi della realtà. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In realtà, come abbiamo detto sin da subito, l’oggetto di indagine della storia quantitativa risulta essere lo stesso della storia “qualitativa”, in quanto entrambi si occupano dei ''fenomeni collettivi'' come, per esempio, gruppi e i comportamenti sociali, le istituzioni politico-amministrative, le attività economiche o anche civili e religiose; ciò che cambia è il modo in cui vengono osservati in quanto nella storia quantitativa i fenomeni collettivi non sono più visti come estensione intuitiva di eventi singoli, ma come somma di una molteplicità di eventi resi omogenei dalle caratteristiche in comune. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Perché è difficile applicare i metodi quantitativi a fenomeni storici? ===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le critiche sono legate, spesso, alla natura metodologica e alla tipologia di fonti utilizzate in quanto, da un lato, molte fonti non sono state prodotte per essere correttamente utilizzate dagli strumenti statistici e, da altra parte, le fonti storiche sono spesso incomplete e ambivalenti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Secondo lo storico polacco Wilton Kula si hanno fondamentalmente tre tipi di fonti per la storia quantitativa: &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
* fonti di tipo seriale → raccolte con intento statistico (es. censimenti);&lt;br /&gt;
* fonti di tipo istituzionale relative a fenomeni di massa → documenti predisposti dalle amministrazioni pubbliche (ma anche private) per scopi specifici (es. elenchi di leva), &amp;lt;span style=&amp;quot;color:red&amp;quot;&amp;gt;ma&amp;lt;/span&amp;gt; resi non del tutto attendibili da fenomeni come, per esempio, la retinenza;&lt;br /&gt;
* fonti relative a fenomeni individuali che si presentano su scala di massa → come, per esempio, i registri parrocchiali che contengono annotazioni su battesimi, morti, matrimoni e che sono stati resi obbligatori dopo il concilio di Trento (1563), ma che sono tutt'altro che sistematici e presentano difficoltà di lettura &amp;lt;ref&amp;gt; Cfr. W.Kula, ''Problemi e metodi di storia economica '', Milano 1972, p.290&amp;lt;/ref&amp;gt;   &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una classificazione differente delle fonti della storia quantitativa è stata, invece, fornita da François Furet il quale distingue le fonti non sulla base della natura e l’origine della fonte stessa, bensì sulla specificità della prospettiva con cui gli storici si propongono di ricavarne dati e informazioni &amp;lt;ref&amp;gt; Angelo Porro, ''Storia e statistica. Introduzione ai metodi quantitativi per la ricerca storica '', Roma, 1989, p. 30.&amp;lt;/ref&amp;gt;; egli ritiene che una documentazione statistica possa essere utilizzata in “modo sostitutivo”, cioè lo storico non la usa per avere informazioni dirette sugli argomenti che hanno costituito l’oggetto della rilevazione ma per conoscere fenomeni diversi:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;BLOCKQUOTE&amp;gt; &amp;lt;span style=&amp;quot;color:#0000FF&amp;quot;&amp;gt;Esempio:&amp;lt;/span&amp;gt; uso dei registri parrocchiali non per un'indagine sulla natalità ma per comprendere il benessere di una società o l’evoluzione dei costumi sessuali.&amp;lt;/BLOCKQUOTE&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa idea di Furet risulta interessante in quanto egli in questo modo evidenzia come anche nel caso della storia quantitativa sia fondamentale che lo storico possieda una buona autonomia di giudizio nel valutare la rilevanza delle fonti e nell’interpretarle alla luce degli obiettivi di ricerca.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’uso di metodi quantitativi non significa che lo storico debba abbandonare del tutto una analisi di tipo tradizionale come, per esempio, accertarsi lo stato di conservazione archivistica e ricondurre le fonti al contesto politico-storico in cui furono prodotte: &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;BLOCKQUOTE&amp;gt; &amp;lt;span style=&amp;quot;color:#0000FF&amp;quot;&amp;gt;Esempio:&amp;lt;/span&amp;gt; calcolare la durata media della vita in epoche storiche passate → il dato potrebbe essere non rappresentativo dell’intera popolazione, poiché le informazioni da noi disponibili riguardano solo alcuni settori della popolazione (ceti privilegiati).&amp;lt;/BLOCKQUOTE&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un altro importante problema legato all’applicazione dei metodi statistici alle fonti storiche consiste nel fatto  che la conoscenza del passato è sempre una conoscenza parziale, in quanto il più delle volte i dati disponibili fanno parte di un insieme più ampio di dati che è andato perduto e, quindi, i dati spesso non sono idonei ad essere utilizzati come campione, poiché sono prodotti di una selezione casuale di cui, spesso, non si conoscono i criteri della selezione (per la definizione di campione vedi '''[[Concetti base di statistica]]''').&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
}}&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>EnricaSalvatori</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://lhs.unb.br/cliomatica/index.php?title=Database_nella_ricerca_in_storia&amp;diff=3622</id>
		<title>Database nella ricerca in storia</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://lhs.unb.br/cliomatica/index.php?title=Database_nella_ricerca_in_storia&amp;diff=3622"/>
				<updated>2021-09-06T13:31:38Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;EnricaSalvatori: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{articolo|&lt;br /&gt;
nome=Beatrice|&lt;br /&gt;
cognome=Rosi|&lt;br /&gt;
testo=&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La prima cosa da sapere è che un database non è solo un prodotto tecnico. La sua elaborazione implica un gran numero di decisioni. '''La costruzione di una banca dati obbedisce''', in modo perfetto o imperfetto, '''ai precetti e alle visioni del mondo del ricercatore''' (e, all'interno di questi, al problema della ricerca). La prima posizione teorica è quella di credere che sia possibile ridurre la complessità del sociale al punto da adattarlo sotto forma di tabulati, come gli storici credono sia possibile fare sulle righe di un testo. Le nostre posizioni teoriche possono essere varie, eterogenee, eclettiche, ma sono lì, nel loro angolo, in attesa che il tempo appaia per organizzare il mondo all'interno dei nostri &amp;quot;prodotti&amp;quot;. Nel caso della ricerca storica, ciò include la scelta di oggetti, insiemi di fonti, metodologie e interlocutori. E la configurazione del database non è una operazione molto diversa.&lt;br /&gt;
Nel passato molti storici hanno affrontato queste problematiche: per approfondire questo aspetto si veda '''la sezione BREVE STORIA DELL'USO DEL DATABASE DA PARTE DEGLI STORICI (luperi1)'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== tipologie di database ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Possiamo dire che esistono due tipi di basi, quella “analitica” (orientata al '''[[Database centrati sul metodo|metodo]]''', come preferiscono alcuni autori), focalizzata su un problema di ricerca, e quella “empirica” (orientata dalle '''[[Database centrato sulle fonti|fonti]]''') che cercano di rendere conto di un corpus documentario, come base di registri parrocchiali, battesimi, per esempio. Ciò è legato a una concezione della storia che prevede il lavoro dello storico come un passo importante verso l'accesso alla conoscenza del passato, poiché le basi analitiche sarebbero guidate da un problema di ricerca. Le basi empiriche, a loro volta, avrebbero organizzato il materiale di lavoro, senza un accesso diretto al passato, poiché erano organizzate da uno storico in modo diverso dallo stato originario della fonte.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo aver fatto questi punti salienti, possiamo pensare a molti usi per i database nella storia. Possiamo usare le basi per organizzare i nostri materiali di ricerca, note d'archivio, elenchi di documenti (ora organizzati, con campi che separano le persone coinvolte, date, temi, ecc.) e molte altre cose. Un foglio di calcolo (come Microsoft Excel, ad esempio) può risolvere tutto questo e forse molte persone possono fare la stessa cosa utilizzando un editor di testo (come Microsoft Word, ad esempio). Può essere, ma è molto più facile quando possiamo cercare due cose contemporaneamente, ad esempio, tutti i riferimenti al tema &amp;quot;salute&amp;quot;, tra il 1850 e il 1870, per esempio. E diventa ancora più interessante se possiamo fare la stessa ricerca all'interno di un'area specifica (una città o una regione, ad esempio). Questo editor di testo non lo consente. Riguardo ai fogli di calcolo, sono già nell'universo dei database...&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In questa sezione vediamo come e quanto un database possa essere utile nella ricerca storica. Si prenderanno in considerazione alcuni concetti importanti che lo storico ha bisogno di sapere prima di imbarcarsi nella progettazione di un database, e si cercheranno di fornire una serie di punti di partenza per superare certi problemi di progettazione che colpiscono specificamente gli storici quando arrivano a mettere le loro fonti in un database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== fonti, informazioni, dati ==&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
È necessario avere una buona comprensione della complessa relazione tra fonti storiche '''(link a Luperi 3 Tipologie di fonti)''', informazioni e dati, ed essere consapevoli dei processi di trasformazione che sono necessari quando si passa dall'uno all'altro. I contenuti informativi delle fonti storiche devono essere convertiti (spesso in più modi) prima di poter essere usati come dati, e bisogna prendere numerose decisioni metodologiche. A differenza degli aspetti più meccanici dell'uso dei database nella ricerca storica, come la costruzione di tabelle, il collegamento di record o l'esecuzione di analisi aggregate, questo processo di traduzione non solo è difficile da imparare (serve esperienza), ma diventa facilmente un processo soggettivo, cioè diverso per ogni storico che lo applica. Ciascun studioso della storia ha materiali, progetti ed obiettivi di ricerca diversi, quindi i database che costruisce sono spesso adattati al suo scopo specifico. Questa &amp;quot;modellazione&amp;quot; dei dati storici non è un processo semplice, ma fortunatamente le difficoltà che sorgono sono quelle che in generale gli storici affrontano nel loro lavoro quotidiano, non legato ai database. &lt;br /&gt;
Se si desidera approfondire la questione della soggettività e della avalutatività si veda questa sezione (Luperi 2)&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gli esempi proposti non sono gli unici modi per progettare un database, dato che non esiste un modo giusto o sbagliato, ma tentano di percorrere la via più “utile” per uno storico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== la struttura tabellare ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La parte difficile del processo di utilizzo dei database nella ricerca storica sta nella “forma” delle informazioni che si trovano all’interno delle fonti. I database hanno regole molto rigide sul tipo di informazione che deve essere scritta, utilizzata e su come viene rappresentata per fare in modo che diventi un dato. Infatti, esiste una differenza tra &amp;quot;informazioni&amp;quot; e &amp;quot;dati&amp;quot;: le prime sono quello che le fonti forniscono, i secondi ciò di cui i database hanno bisogno. Diviene dunque essenziale tenere conto della '''[[Struttura dei dati|struttura dei dati]]'''.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il problema che gli storici devono affrontare è che l'informazione può assumere molte forme nelle fonti, anche se si sta considerando solo un singolo tipo di fonte relativamente semplice. Le fonti che hanno una “forma” irregolare (come quelle testuali con lunghi resoconti narrativi scritti in paragrafi, capitoli, ecc., o raccolte eterogenee di immagini/suoni/video) pongono problemi quando si tratta di convertire le loro informazioni in dati. Tuttavia, il problema sorgerà anche nelle fonti più strutturate (come gli elenchi dei censimenti o le valutazioni fiscali), che non sono mai così semplici come potrebbero sembrare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cosa s’intende con “forma”? Il concetto di “forma” è importante per capire come funzionano i database e per inserirvi le fonti. Una regola fondamentale è che tutti i dati nel database stanno in tabelle. Questo significa che le informazioni prese dalle fonti dovranno essere inserite in una struttura tabellare, cioè disposte per righe e colonne. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le informazioni delle fonti sono ciò che ci interessa. Rappresentano ciò che useremo per eseguire le analisi e costituiscono la materia prima della ricerca dello storico. Indipendentemente dal database, quando si guardano le fonti con una necessità metodologica, estraiamo informazioni da esse e le registriamo come note (a volte come trascrizioni).  La registrazione delle informazioni, in questo modo, permette di accedere a ciò di cui abbiamo bisogno senza dover consultare la fonte originale in futuro. Inoltre, nel prendere appunti assimiliamo le variazioni del tipo e della portata dell'informazione registrata, senza preoccuparci della forma di quest’informazione, cosa che non è più possibile in un database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per esempio, un manifesto unico potrebbe fornire allo storico la maggior parte delle informazioni richieste - luoghi, date, tematiche, eventi, ecc.- ma dal punto di vista della progettazione del database è importante notare che esistono altre informazioni interessanti oltre ai contenuti, come dimensioni della pagina, layout, tipi e dimensioni dei caratteri, lingua, timbri d'archivio, colori usati ecc. Le descrizioni della fonte possono essere informazioni utili tanto quanto ciò che la fonte effettivamente dice.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Considerando un manifesto come un elemento candidato per l'inserimento in un database, l'aspetto più ovvio di questa particolare fonte è che non assomiglia molto a una tabella: non è &amp;quot;rettangolare&amp;quot; in termini di forma, ovvero il testo non è organizzato in colonne e righe. Questo rende difficile accertare la portata delle informazioni (di cosa trattano) senza leggere effettivamente l'intera fonte.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Immediatamente quindi diventa evidente che se volessimo includere queste informazioni nel nostro database, dovremmo pensare attentamente a come inserirle. In che modo si possono riordinare le informazioni in colonne e righe? Come dovrebbero essere le colonne? Come si potrebbero dividere le informazioni in istanze di qualcosa (righe)? Le nostre fonti, sebbene possano essere molto utili, spesso non sono effettivamente adatte ai database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
D'altra parte, però, esistono anche fonti che a prima vista sono più promettenti in termini di idoneità all'inclusione in un database. Prendiamo per esempio i censimenti che invece hanno una forma più &amp;quot;strutturata&amp;quot;. Qui le informazioni sono convenientemente organizzate in colonne e righe: ogni colonna riguarda un particolare tipo di informazione (nome, età, occupazione e così via), e ogni riga corrisponde a informazioni su un singolo individuo. Questa è una fonte che si &amp;quot;adatta&amp;quot; alla struttura del database senza bisogno di troppe conversioni, poiché la sua forma intrinseca si avvicina molto a quella richiesta dal database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bisogna comunque sottolineare che anche in questo caso il processo di conversione da informazioni della fonte a dati del database non sarà privo di problemi, anche se alcuni di essi si potrebbero risolvere facendo una selezione. Lo storico, infatti, dovrà scegliere un metodo di scelta delle informazioni relativo allo scopo della sua ricerca.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== gli scopi ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il primo passo è quindi quello di decidere quale scopo (o scopi) il database dovrà raggiungere. Ciò non è così ovvio o diretto come ci si potrebbe aspettare, dato che i database in astratto possono effettivamente servire ad uno o più tipi di funzioni. In sostanza, comunque, ci sono tre tipi di funzioni a cui lo storico è probabilmente interessato:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
# Gestione dei dati&lt;br /&gt;
# Collegamento dei record&lt;br /&gt;
# Definizione del '''[[Modello concettuale, logico e fisico|modello]]'''/analisi aggregativa&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ciascuna di queste funzioni è un obiettivo che può essere raggiunto attraverso il modellamento del database nel processo di progettazione, e ognuna richiederà che alcuni passaggi nella formazione del database siano condotti in modi specifici, sebbene non si escludano affatto a vicenda. Quest'ultimo punto è importante, dato che la maggior parte degli storici vorrà avere accesso all'intera gamma di funzionalità offerte dal database, e probabilmente si impegnerà in ricerche che richiederanno tutti e tre i tipi di attività elencati. In altre parole, è raro che gli storici sappiano esattamente cosa vogliono fare con il loro database all'inizio del processo di progettazione, cioè quando queste decisioni dovrebbero essere prese. Questo è il motivo per cui molti storici sono inclini a progettare database che massimizzino la flessibilità per poterli usare in seguito nel progetto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
# L'aspetto della gestione dei dati del database è in molti casi una specie di sottoprodotto di come funziona il database ed è anche una delle sue funzioni più potenti e utili. È molto importante per uno storico essere in grado di tenere grandi quantità di informazioni (provenienti da diverse fonti) sia in un’unica struttura sia in una forma che renda possibile trovare qualsiasi informazione e vederla in relazione ad altre informazioni. Molti storici usano il database per l'organizzazione bibliografica, che permette loro di collegare le note delle letture secondarie alle informazioni prese dalle fonti primarie e di poter risalire alla fonte di entrambe. Gli strumenti più semplici dei database possono essere usati per trovare le informazioni rapidamente e facilmente, rendendolo un buon contenitore di informazioni da recuperare.&lt;br /&gt;
# Il collegamento dei record è il punto in cui il database, e in particolare il database relazionale, entra in gioco. Collegare persone, luoghi, date, eventi e temi attraverso fonti, periodi e confini geografici o amministrativi è chiaramente un compito incredibilmente utile da svolgere.&lt;br /&gt;
# Infine, una volta che le informazioni sono state convertite in dati, il database può essere impiegato per raggrupparle. Una volta che i record sono aggregati, allora diventa possibile contarli, il che significa poter eseguire le analisi statistiche e definire i modelli strutturali all'interno delle informazioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== modelli analitico ed empirico ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando si progetta un database, si deve essere consapevoli che esistono due modelli concettuali diversi: quello “analitico” (orientato al '''[[Database centrati sul metodo|metodo]]''', come preferiscono alcuni autori), focalizzato su un problema di ricerca, e quello “empirico” (orientato dalle '''[[Database centrato sulle fonti|fonti]]''') che cerca di rendere conto del corpus documentario, come base di registri parrocchiali o di battesimi, per esempio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In sintesi, il '''[[Modello concettuale, logico e fisico|modello]]''' di '''database orientato alle fonti''' riguarda la progettazione del database storico orientato alla registrazione di ogni singola informazione dalle fonti, senza omettere nulla. Una specie di surrogato digitale delle fonti. Le informazioni e la loro forma strutturano completamente il modo in cui il database deve essere costruito.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questo approccio alla progettazione di un database attira molto uno storico, poiché pone le fonti al centro del progetto. Richiede tempo per l’inserimento dei dati e, se applicato rigidamente, può portare ad un progetto ingombrante, poiché si cerca di raccogliere ogni singola informazione della fonte. Dal lato opposto, però, permette di adottare in seguito approcci analitici più ampi, in modo che le potenziali query non dipendano dal programma di ricerca iniziale. In questo modo non si devono anticipare tutte le domande di ricerca, al contrario del modello orientato al metodo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Detto in altre parole, questo primo modello trasferisce la fonte (con tutte le sue peculiarità e irregolarità) nel database senza perdita di informazioni: tutto (o quasi) viene registrato e se successivamente si nota qualcosa d’interessante, non sarà necessario tornare alla fonte per inserire altre informazioni che all’inizio non erano sembrate utili.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il '''database orientato al metodo''', invece, è basato su ciò che è destinato a fare, piuttosto che sulla natura delle informazioni che contiene. Di conseguenza, se si vuole adottare questo modello per la progettazione, è necessario sapere, prima di iniziare, lo scopo del database (incluse le ''query'').&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I database orientati al metodo sono più veloci da creare e da “riempire”, ma è molto difficile deviare successivamente dalla funzione progettata del database, al fine di (ad esempio) perseguire nuove linee di indagine.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In definitiva, gli storici potrebbero spesso decidere di seguire una via di mezzo tra le due possibilità, dimostrando forse una maggiore propensione per l'approccio orientato alle fonti. Quando si decide di quali informazioni si ha bisogno, è importante tener conto del fatto che le esigenze possono cambiare nel corso di un progetto e che potrebbe durare diversi anni. Se si vuole essere in grado di mantenere la massima flessibilità nel programma di ricerca, allora c’è bisogno di inserire più informazioni nella progettazione del database. Se non si sa se le esigenze di ricerca cambieranno, è sconsigliato inserire più informazioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al contrario se si conosce la fonte (o le fonti) molto bene in anticipo, se sono state definite le esigenze di ricerca predeterminate, se non si cercherà di recuperare tutte le informazioni dalla fonte, e se si è già a conoscenza di come trattare e quali ''query'' porre sui dati, allora è consigliabile un approccio orientato al metodo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== costruzione e ricerca ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nessun database è perfetto, e l'unico indicatore di qualità (o di successo) quando si tratta di progettare un database è se serve o meno alle varie funzioni prefissate. Se si riesce a gestire le informazioni nel modo che serve, a eseguire le analisi e ad essere flessibili in entrambe quest’aree, allora il modello è buono. L’importante è non valutare la qualità del database solo alla fine: meglio costruire (ad esempio) un prototipo strutturale del database (cioè con solo le tabelle e le relazioni, senza preoccuparsi troppo degli altri strumenti che aiutano a creare il database): un “mini-database” in cui inserire alcuni dati per vedere le carenze nel progetto. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A questo punto è probabile che si possono trovare queste situazioni:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Arquivo:InRosi1.png|800px|center]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una volta inseriti i dati, si possono progettare ed eseguire alcune query (ossia richieste di dati) per testare se le domande di ricerca possano essere effettivamente soddisfatte dal progetto attuale. L'esecuzione delle ''query'' è il test definitivo per verificare se il progetto del database funziona o meno, ed è probabile che si debbano riorganizzare i campi.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Una volta terminati questi test, è sufficiente progettare e ricostruire il database sistemando i problemi riscontrati. Sarà difficile e lungo all'inizio, ma alla fine ne varrà la pena!&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== visualizzazione dei dati ==&lt;br /&gt;
Se il digital historian deve saper lavorare con le basi di dati, più o meno complesse, deve anche saper distinguere quali siano i dati rilevanti da mostrare, in modo tale da essere in grado di compiere adeguate analisi su di essi, comunicando risultati comprensibili ad un ampio pubblico di riferimento.&lt;br /&gt;
Per farlo deve imparare a trasformare i risultati delle sue ''query'' in grafici. &lt;br /&gt;
La realizzazione e creazione dei grafici è diventata oggi sempre più semplice ed intuitiva grazie alla tecnologia. I programmi di calcolo sono, infatti, in grado di estrapolare ogni modello grafico in tempo reale per poi condurre analisi di tipo statistico. &lt;br /&gt;
'''Vai alla sezione apposita'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== conclusioni ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In conclusione, per progettare un database serve tempo, specialmente se si è adottato il primo approccio e si sta lavorando con una serie di fonti diverse, ricche e complesse. Tuttavia, il tempo speso a lavorare sulla progettazione sarà più che ripagato quando si arriverà alle fasi di inserimento e analisi dei dati del progetto del database. Le fonti storiche daranno origine a tutti i tipi di complicazioni e più si riesce ad anticiparli/accomodarli nella progettazione, maggiormente efficiente sarà l'uso del database in seguito.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
}}&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>EnricaSalvatori</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://lhs.unb.br/cliomatica/index.php?title=Database_nella_ricerca_in_storia&amp;diff=3621</id>
		<title>Database nella ricerca in storia</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://lhs.unb.br/cliomatica/index.php?title=Database_nella_ricerca_in_storia&amp;diff=3621"/>
				<updated>2021-09-06T13:30:46Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;EnricaSalvatori: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{articolo|&lt;br /&gt;
nome=Beatrice|&lt;br /&gt;
cognome=Rosi|&lt;br /&gt;
testo=&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La prima cosa da sapere è che un database non è solo un prodotto tecnico. La sua elaborazione implica un gran numero di decisioni. '''La costruzione di una banca dati obbedisce''', in modo perfetto o imperfetto, '''ai precetti e alle visioni del mondo del ricercatore''' (e, all'interno di questi, al problema della ricerca). La prima posizione teorica è quella di credere che sia possibile ridurre la complessità del sociale al punto da adattarlo sotto forma di tabulati, come gli storici credono sia possibile fare sulle righe di un testo. Le nostre posizioni teoriche possono essere varie, eterogenee, eclettiche, ma sono lì, nel loro angolo, in attesa che il tempo appaia per organizzare il mondo all'interno dei nostri &amp;quot;prodotti&amp;quot;. Nel caso della ricerca storica, ciò include la scelta di oggetti, insiemi di fonti, metodologie e interlocutori. E la configurazione del database non è una operazione molto diversa.&lt;br /&gt;
Nel passato molti storici hanno affrontato queste problematiche: per approfondire questo aspetto si veda la sezione BREVE STORIA DELL'USO DEL DATABASE DA PARTE DEGLI STORICI (luperi1)&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== tipologie di database ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Possiamo dire che esistono due tipi di basi, quella “analitica” (orientata al '''[[Database centrati sul metodo|metodo]]''', come preferiscono alcuni autori), focalizzata su un problema di ricerca, e quella “empirica” (orientata dalle '''[[Database centrato sulle fonti|fonti]]''') che cercano di rendere conto di un corpus documentario, come base di registri parrocchiali, battesimi, per esempio. Ciò è legato a una concezione della storia che prevede il lavoro dello storico come un passo importante verso l'accesso alla conoscenza del passato, poiché le basi analitiche sarebbero guidate da un problema di ricerca. Le basi empiriche, a loro volta, avrebbero organizzato il materiale di lavoro, senza un accesso diretto al passato, poiché erano organizzate da uno storico in modo diverso dallo stato originario della fonte.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo aver fatto questi punti salienti, possiamo pensare a molti usi per i database nella storia. Possiamo usare le basi per organizzare i nostri materiali di ricerca, note d'archivio, elenchi di documenti (ora organizzati, con campi che separano le persone coinvolte, date, temi, ecc.) e molte altre cose. Un foglio di calcolo (come Microsoft Excel, ad esempio) può risolvere tutto questo e forse molte persone possono fare la stessa cosa utilizzando un editor di testo (come Microsoft Word, ad esempio). Può essere, ma è molto più facile quando possiamo cercare due cose contemporaneamente, ad esempio, tutti i riferimenti al tema &amp;quot;salute&amp;quot;, tra il 1850 e il 1870, per esempio. E diventa ancora più interessante se possiamo fare la stessa ricerca all'interno di un'area specifica (una città o una regione, ad esempio). Questo editor di testo non lo consente. Riguardo ai fogli di calcolo, sono già nell'universo dei database...&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In questa sezione vediamo come e quanto un database possa essere utile nella ricerca storica. Si prenderanno in considerazione alcuni concetti importanti che lo storico ha bisogno di sapere prima di imbarcarsi nella progettazione di un database, e si cercheranno di fornire una serie di punti di partenza per superare certi problemi di progettazione che colpiscono specificamente gli storici quando arrivano a mettere le loro fonti in un database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== fonti, informazioni, dati ==&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
È necessario avere una buona comprensione della complessa relazione tra fonti storiche '''(link a Luperi 3 Tipologie di fonti)''', informazioni e dati, ed essere consapevoli dei processi di trasformazione che sono necessari quando si passa dall'uno all'altro. I contenuti informativi delle fonti storiche devono essere convertiti (spesso in più modi) prima di poter essere usati come dati, e bisogna prendere numerose decisioni metodologiche. A differenza degli aspetti più meccanici dell'uso dei database nella ricerca storica, come la costruzione di tabelle, il collegamento di record o l'esecuzione di analisi aggregate, questo processo di traduzione non solo è difficile da imparare (serve esperienza), ma diventa facilmente un processo soggettivo, cioè diverso per ogni storico che lo applica. Ciascun studioso della storia ha materiali, progetti ed obiettivi di ricerca diversi, quindi i database che costruisce sono spesso adattati al suo scopo specifico. Questa &amp;quot;modellazione&amp;quot; dei dati storici non è un processo semplice, ma fortunatamente le difficoltà che sorgono sono quelle che in generale gli storici affrontano nel loro lavoro quotidiano, non legato ai database. &lt;br /&gt;
Se si desidera approfondire la questione della soggettività e della avalutatività si veda questa sezione (Luperi 2)&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gli esempi proposti non sono gli unici modi per progettare un database, dato che non esiste un modo giusto o sbagliato, ma tentano di percorrere la via più “utile” per uno storico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== la struttura tabellare ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La parte difficile del processo di utilizzo dei database nella ricerca storica sta nella “forma” delle informazioni che si trovano all’interno delle fonti. I database hanno regole molto rigide sul tipo di informazione che deve essere scritta, utilizzata e su come viene rappresentata per fare in modo che diventi un dato. Infatti, esiste una differenza tra &amp;quot;informazioni&amp;quot; e &amp;quot;dati&amp;quot;: le prime sono quello che le fonti forniscono, i secondi ciò di cui i database hanno bisogno. Diviene dunque essenziale tenere conto della '''[[Struttura dei dati|struttura dei dati]]'''.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il problema che gli storici devono affrontare è che l'informazione può assumere molte forme nelle fonti, anche se si sta considerando solo un singolo tipo di fonte relativamente semplice. Le fonti che hanno una “forma” irregolare (come quelle testuali con lunghi resoconti narrativi scritti in paragrafi, capitoli, ecc., o raccolte eterogenee di immagini/suoni/video) pongono problemi quando si tratta di convertire le loro informazioni in dati. Tuttavia, il problema sorgerà anche nelle fonti più strutturate (come gli elenchi dei censimenti o le valutazioni fiscali), che non sono mai così semplici come potrebbero sembrare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cosa s’intende con “forma”? Il concetto di “forma” è importante per capire come funzionano i database e per inserirvi le fonti. Una regola fondamentale è che tutti i dati nel database stanno in tabelle. Questo significa che le informazioni prese dalle fonti dovranno essere inserite in una struttura tabellare, cioè disposte per righe e colonne. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le informazioni delle fonti sono ciò che ci interessa. Rappresentano ciò che useremo per eseguire le analisi e costituiscono la materia prima della ricerca dello storico. Indipendentemente dal database, quando si guardano le fonti con una necessità metodologica, estraiamo informazioni da esse e le registriamo come note (a volte come trascrizioni).  La registrazione delle informazioni, in questo modo, permette di accedere a ciò di cui abbiamo bisogno senza dover consultare la fonte originale in futuro. Inoltre, nel prendere appunti assimiliamo le variazioni del tipo e della portata dell'informazione registrata, senza preoccuparci della forma di quest’informazione, cosa che non è più possibile in un database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per esempio, un manifesto unico potrebbe fornire allo storico la maggior parte delle informazioni richieste - luoghi, date, tematiche, eventi, ecc.- ma dal punto di vista della progettazione del database è importante notare che esistono altre informazioni interessanti oltre ai contenuti, come dimensioni della pagina, layout, tipi e dimensioni dei caratteri, lingua, timbri d'archivio, colori usati ecc. Le descrizioni della fonte possono essere informazioni utili tanto quanto ciò che la fonte effettivamente dice.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Considerando un manifesto come un elemento candidato per l'inserimento in un database, l'aspetto più ovvio di questa particolare fonte è che non assomiglia molto a una tabella: non è &amp;quot;rettangolare&amp;quot; in termini di forma, ovvero il testo non è organizzato in colonne e righe. Questo rende difficile accertare la portata delle informazioni (di cosa trattano) senza leggere effettivamente l'intera fonte.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Immediatamente quindi diventa evidente che se volessimo includere queste informazioni nel nostro database, dovremmo pensare attentamente a come inserirle. In che modo si possono riordinare le informazioni in colonne e righe? Come dovrebbero essere le colonne? Come si potrebbero dividere le informazioni in istanze di qualcosa (righe)? Le nostre fonti, sebbene possano essere molto utili, spesso non sono effettivamente adatte ai database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
D'altra parte, però, esistono anche fonti che a prima vista sono più promettenti in termini di idoneità all'inclusione in un database. Prendiamo per esempio i censimenti che invece hanno una forma più &amp;quot;strutturata&amp;quot;. Qui le informazioni sono convenientemente organizzate in colonne e righe: ogni colonna riguarda un particolare tipo di informazione (nome, età, occupazione e così via), e ogni riga corrisponde a informazioni su un singolo individuo. Questa è una fonte che si &amp;quot;adatta&amp;quot; alla struttura del database senza bisogno di troppe conversioni, poiché la sua forma intrinseca si avvicina molto a quella richiesta dal database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bisogna comunque sottolineare che anche in questo caso il processo di conversione da informazioni della fonte a dati del database non sarà privo di problemi, anche se alcuni di essi si potrebbero risolvere facendo una selezione. Lo storico, infatti, dovrà scegliere un metodo di scelta delle informazioni relativo allo scopo della sua ricerca.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== gli scopi ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il primo passo è quindi quello di decidere quale scopo (o scopi) il database dovrà raggiungere. Ciò non è così ovvio o diretto come ci si potrebbe aspettare, dato che i database in astratto possono effettivamente servire ad uno o più tipi di funzioni. In sostanza, comunque, ci sono tre tipi di funzioni a cui lo storico è probabilmente interessato:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
# Gestione dei dati&lt;br /&gt;
# Collegamento dei record&lt;br /&gt;
# Definizione del '''[[Modello concettuale, logico e fisico|modello]]'''/analisi aggregativa&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ciascuna di queste funzioni è un obiettivo che può essere raggiunto attraverso il modellamento del database nel processo di progettazione, e ognuna richiederà che alcuni passaggi nella formazione del database siano condotti in modi specifici, sebbene non si escludano affatto a vicenda. Quest'ultimo punto è importante, dato che la maggior parte degli storici vorrà avere accesso all'intera gamma di funzionalità offerte dal database, e probabilmente si impegnerà in ricerche che richiederanno tutti e tre i tipi di attività elencati. In altre parole, è raro che gli storici sappiano esattamente cosa vogliono fare con il loro database all'inizio del processo di progettazione, cioè quando queste decisioni dovrebbero essere prese. Questo è il motivo per cui molti storici sono inclini a progettare database che massimizzino la flessibilità per poterli usare in seguito nel progetto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
# L'aspetto della gestione dei dati del database è in molti casi una specie di sottoprodotto di come funziona il database ed è anche una delle sue funzioni più potenti e utili. È molto importante per uno storico essere in grado di tenere grandi quantità di informazioni (provenienti da diverse fonti) sia in un’unica struttura sia in una forma che renda possibile trovare qualsiasi informazione e vederla in relazione ad altre informazioni. Molti storici usano il database per l'organizzazione bibliografica, che permette loro di collegare le note delle letture secondarie alle informazioni prese dalle fonti primarie e di poter risalire alla fonte di entrambe. Gli strumenti più semplici dei database possono essere usati per trovare le informazioni rapidamente e facilmente, rendendolo un buon contenitore di informazioni da recuperare.&lt;br /&gt;
# Il collegamento dei record è il punto in cui il database, e in particolare il database relazionale, entra in gioco. Collegare persone, luoghi, date, eventi e temi attraverso fonti, periodi e confini geografici o amministrativi è chiaramente un compito incredibilmente utile da svolgere.&lt;br /&gt;
# Infine, una volta che le informazioni sono state convertite in dati, il database può essere impiegato per raggrupparle. Una volta che i record sono aggregati, allora diventa possibile contarli, il che significa poter eseguire le analisi statistiche e definire i modelli strutturali all'interno delle informazioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== modelli analitico ed empirico ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando si progetta un database, si deve essere consapevoli che esistono due modelli concettuali diversi: quello “analitico” (orientato al '''[[Database centrati sul metodo|metodo]]''', come preferiscono alcuni autori), focalizzato su un problema di ricerca, e quello “empirico” (orientato dalle '''[[Database centrato sulle fonti|fonti]]''') che cerca di rendere conto del corpus documentario, come base di registri parrocchiali o di battesimi, per esempio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In sintesi, il '''[[Modello concettuale, logico e fisico|modello]]''' di '''database orientato alle fonti''' riguarda la progettazione del database storico orientato alla registrazione di ogni singola informazione dalle fonti, senza omettere nulla. Una specie di surrogato digitale delle fonti. Le informazioni e la loro forma strutturano completamente il modo in cui il database deve essere costruito.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questo approccio alla progettazione di un database attira molto uno storico, poiché pone le fonti al centro del progetto. Richiede tempo per l’inserimento dei dati e, se applicato rigidamente, può portare ad un progetto ingombrante, poiché si cerca di raccogliere ogni singola informazione della fonte. Dal lato opposto, però, permette di adottare in seguito approcci analitici più ampi, in modo che le potenziali query non dipendano dal programma di ricerca iniziale. In questo modo non si devono anticipare tutte le domande di ricerca, al contrario del modello orientato al metodo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Detto in altre parole, questo primo modello trasferisce la fonte (con tutte le sue peculiarità e irregolarità) nel database senza perdita di informazioni: tutto (o quasi) viene registrato e se successivamente si nota qualcosa d’interessante, non sarà necessario tornare alla fonte per inserire altre informazioni che all’inizio non erano sembrate utili.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il '''database orientato al metodo''', invece, è basato su ciò che è destinato a fare, piuttosto che sulla natura delle informazioni che contiene. Di conseguenza, se si vuole adottare questo modello per la progettazione, è necessario sapere, prima di iniziare, lo scopo del database (incluse le ''query'').&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I database orientati al metodo sono più veloci da creare e da “riempire”, ma è molto difficile deviare successivamente dalla funzione progettata del database, al fine di (ad esempio) perseguire nuove linee di indagine.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In definitiva, gli storici potrebbero spesso decidere di seguire una via di mezzo tra le due possibilità, dimostrando forse una maggiore propensione per l'approccio orientato alle fonti. Quando si decide di quali informazioni si ha bisogno, è importante tener conto del fatto che le esigenze possono cambiare nel corso di un progetto e che potrebbe durare diversi anni. Se si vuole essere in grado di mantenere la massima flessibilità nel programma di ricerca, allora c’è bisogno di inserire più informazioni nella progettazione del database. Se non si sa se le esigenze di ricerca cambieranno, è sconsigliato inserire più informazioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al contrario se si conosce la fonte (o le fonti) molto bene in anticipo, se sono state definite le esigenze di ricerca predeterminate, se non si cercherà di recuperare tutte le informazioni dalla fonte, e se si è già a conoscenza di come trattare e quali ''query'' porre sui dati, allora è consigliabile un approccio orientato al metodo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Costruzione e ricerca ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nessun database è perfetto, e l'unico indicatore di qualità (o di successo) quando si tratta di progettare un database è se serve o meno alle varie funzioni prefissate. Se si riesce a gestire le informazioni nel modo che serve, a eseguire le analisi e ad essere flessibili in entrambe quest’aree, allora il modello è buono. L’importante è non valutare la qualità del database solo alla fine: meglio costruire (ad esempio) un prototipo strutturale del database (cioè con solo le tabelle e le relazioni, senza preoccuparsi troppo degli altri strumenti che aiutano a creare il database): un “mini-database” in cui inserire alcuni dati per vedere le carenze nel progetto. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A questo punto è probabile che si possono trovare queste situazioni:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Arquivo:InRosi1.png|800px|center]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una volta inseriti i dati, si possono progettare ed eseguire alcune query (ossia richieste di dati) per testare se le domande di ricerca possano essere effettivamente soddisfatte dal progetto attuale. L'esecuzione delle ''query'' è il test definitivo per verificare se il progetto del database funziona o meno, ed è probabile che si debbano riorganizzare i campi.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Una volta terminati questi test, è sufficiente progettare e ricostruire il database sistemando i problemi riscontrati. Sarà difficile e lungo all'inizio, ma alla fine ne varrà la pena!&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Visualizzazione dei dati ==&lt;br /&gt;
Se il digital historian deve saper lavorare con le basi di dati, più o meno complesse, deve anche saper distinguere quali siano i dati rilevanti da mostrare, in modo tale da essere in grado di compiere adeguate analisi su di essi, comunicando risultati comprensibili ad un ampio pubblico di riferimento.&lt;br /&gt;
Per farlo deve imparare a trasformare i risultati delle sue ''query'' in grafici. &lt;br /&gt;
La realizzazione e creazione dei grafici è diventata oggi sempre più semplice ed intuitiva grazie alla tecnologia. I programmi di calcolo sono, infatti, in grado di estrapolare ogni modello grafico in tempo reale per poi condurre analisi di tipo statistico. &lt;br /&gt;
'''Vai alla sezione apposita'''&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== conclusioni ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In conclusione, per progettare un database serve tempo, specialmente se si è adottato il primo approccio e si sta lavorando con una serie di fonti diverse, ricche e complesse. Tuttavia, il tempo speso a lavorare sulla progettazione sarà più che ripagato quando si arriverà alle fasi di inserimento e analisi dei dati del progetto del database. Le fonti storiche daranno origine a tutti i tipi di complicazioni e più si riesce ad anticiparli/accomodarli nella progettazione, maggiormente efficiente sarà l'uso del database in seguito.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
}}&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>EnricaSalvatori</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://lhs.unb.br/cliomatica/index.php?title=Database_nella_ricerca_in_storia&amp;diff=3620</id>
		<title>Database nella ricerca in storia</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://lhs.unb.br/cliomatica/index.php?title=Database_nella_ricerca_in_storia&amp;diff=3620"/>
				<updated>2021-09-06T12:58:03Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;EnricaSalvatori: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{articolo|&lt;br /&gt;
nome=Beatrice|&lt;br /&gt;
cognome=Rosi|&lt;br /&gt;
testo=&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La prima cosa da sapere è che un database non è solo un prodotto tecnico. La sua elaborazione implica un gran numero di decisioni. '''La costruzione di una banca dati obbedisce''', in modo perfetto o imperfetto, '''ai precetti e alle visioni del mondo del ricercatore''' (e, all'interno di questi, al problema della ricerca). La prima posizione teorica è quella di credere che sia possibile ridurre la complessità del sociale al punto da adattarlo sotto forma di tabulati, come gli storici credono sia possibile fare sulle righe di un testo. Le nostre posizioni teoriche possono essere varie, eterogenee, eclettiche, ma sono lì, nel loro angolo, in attesa che il tempo appaia per organizzare il mondo all'interno dei nostri &amp;quot;prodotti&amp;quot;. Nel caso della ricerca storica, ciò include la scelta di oggetti, insiemi di fonti, metodologie e interlocutori. E la configurazione del database non è una operazione molto diversa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== tipologie di database ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Possiamo dire che esistono due tipi di basi, quella “analitica” (orientata al '''[[Database centrati sul metodo|metodo]]''', come preferiscono alcuni autori), focalizzata su un problema di ricerca, e quella “empirica” (orientata dalle '''[[Database centrato sulle fonti|fonti]]''') che cercano di rendere conto di un corpus documentario, come base di registri parrocchiali, battesimi, per esempio. Ciò è legato a una concezione della storia che prevede il lavoro dello storico come un passo importante verso l'accesso alla conoscenza del passato, poiché le basi analitiche sarebbero guidate da un problema di ricerca. Le basi empiriche, a loro volta, avrebbero organizzato il materiale di lavoro, senza un accesso diretto al passato, poiché erano organizzate da uno storico in modo diverso dallo stato originario della fonte.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo aver fatto questi punti salienti, possiamo pensare a molti usi per i database nella storia. Possiamo usare le basi per organizzare i nostri materiali di ricerca, note d'archivio, elenchi di documenti (ora organizzati, con campi che separano le persone coinvolte, date, temi, ecc.) e molte altre cose. Un foglio di calcolo (come Microsoft Excel, ad esempio) può risolvere tutto questo e forse molte persone possono fare la stessa cosa utilizzando un editor di testo (come Microsoft Word, ad esempio). Può essere, ma è molto più facile quando possiamo cercare due cose contemporaneamente, ad esempio, tutti i riferimenti al tema &amp;quot;salute&amp;quot;, tra il 1850 e il 1870, per esempio. E diventa ancora più interessante se possiamo fare la stessa ricerca all'interno di un'area specifica (una città o una regione, ad esempio). Questo editor di testo non lo consente. Riguardo ai fogli di calcolo, sono già nell'universo dei database...&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In questa sezione vediamo come e quanto un database possa essere utile nella ricerca storica. Si prenderanno in considerazione alcuni concetti importanti che lo storico ha bisogno di sapere prima di imbarcarsi nella progettazione di un database, e si cercheranno di fornire una serie di punti di partenza per superare certi problemi di progettazione che colpiscono specificamente gli storici quando arrivano a mettere le loro fonti in un database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== fonti, informazioni, dati ==&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
È necessario avere una buona comprensione della complessa relazione tra fonti storiche, informazioni e dati, ed essere consapevoli dei processi di trasformazione che sono necessari quando si passa dall'uno all'altro. I contenuti informativi delle fonti storiche devono essere convertiti (spesso in più modi) prima di poter essere usati come dati, e bisogna prendere numerose decisioni metodologiche. A differenza degli aspetti più meccanici dell'uso dei database nella ricerca storica, come la costruzione di tabelle, il collegamento di record o l'esecuzione di analisi aggregate, questo processo di traduzione non solo è difficile da imparare (serve esperienza), ma diventa facilmente un processo soggettivo, cioè diverso per ogni storico che lo applica. Ciascun studioso della storia ha materiali, progetti ed obiettivi di ricerca diversi, quindi i database che costruisce sono spesso adattati al suo scopo specifico. Questa &amp;quot;modellazione&amp;quot; dei dati storici non è un processo semplice, ma fortunatamente le difficoltà che sorgono sono quelle che in generale gli storici affrontano nel loro lavoro quotidiano, non legato ai database. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gli esempi proposti non sono gli unici modi per progettare un database, dato che non esiste un modo giusto o sbagliato, ma tentano di percorrere la via più “utile” per uno storico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== la struttura tabellare ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La parte difficile del processo di utilizzo dei database nella ricerca storica sta nella “forma” delle informazioni che si trovano all’interno delle fonti. I database hanno regole molto rigide sul tipo di informazione che deve essere scritta, utilizzata e su come viene rappresentata per fare in modo che diventi un dato. Infatti, esiste una differenza tra &amp;quot;informazioni&amp;quot; e &amp;quot;dati&amp;quot;: le prime sono quello che le fonti forniscono, i secondi ciò di cui i database hanno bisogno. Diviene dunque essenziale tenere conto della '''[[Struttura dei dati|struttura dei dati]]'''.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il problema che gli storici devono affrontare è che l'informazione può assumere molte forme nelle fonti, anche se si sta considerando solo un singolo tipo di fonte relativamente semplice. Le fonti che hanno una “forma” irregolare (come quelle testuali con lunghi resoconti narrativi scritti in paragrafi, capitoli, ecc., o raccolte eterogenee di immagini/suoni/video) pongono problemi quando si tratta di convertire le loro informazioni in dati. Tuttavia, il problema sorgerà anche nelle fonti più strutturate (come gli elenchi dei censimenti o le valutazioni fiscali), che non sono mai così semplici come potrebbero sembrare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cosa s’intende con “forma”? Il concetto di “forma” è importante per capire come funzionano i database e per inserirvi le fonti. Una regola fondamentale è che tutti i dati nel database stanno in tabelle. Questo significa che le informazioni prese dalle fonti dovranno essere inserite in una struttura tabellare, cioè disposte per righe e colonne. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le informazioni delle fonti sono ciò che ci interessa. Rappresentano ciò che useremo per eseguire le analisi e costituiscono la materia prima della ricerca dello storico. Indipendentemente dal database, quando si guardano le fonti con una necessità metodologica, estraiamo informazioni da esse e le registriamo come note (a volte come trascrizioni).  La registrazione delle informazioni, in questo modo, permette di accedere a ciò di cui abbiamo bisogno senza dover consultare la fonte originale in futuro. Inoltre, nel prendere appunti assimiliamo le variazioni del tipo e della portata dell'informazione registrata, senza preoccuparci della forma di quest’informazione, cosa che non è più possibile in un database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per esempio, un manifesto unico potrebbe fornire allo storico la maggior parte delle informazioni richieste - luoghi, date, tematiche, eventi, ecc.- ma dal punto di vista della progettazione del database è importante notare che esistono altre informazioni interessanti oltre ai contenuti, come dimensioni della pagina, layout, tipi e dimensioni dei caratteri, lingua, timbri d'archivio, colori usati ecc. Le descrizioni della fonte possono essere informazioni utili tanto quanto ciò che la fonte effettivamente dice.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Considerando un manifesto come un elemento candidato per l'inserimento in un database, l'aspetto più ovvio di questa particolare fonte è che non assomiglia molto a una tabella: non è &amp;quot;rettangolare&amp;quot; in termini di forma, ovvero il testo non è organizzato in colonne e righe. Questo rende difficile accertare la portata delle informazioni (di cosa trattano) senza leggere effettivamente l'intera fonte.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Immediatamente quindi diventa evidente che se volessimo includere queste informazioni nel nostro database, dovremmo pensare attentamente a come inserirle. In che modo si possono riordinare le informazioni in colonne e righe? Come dovrebbero essere le colonne? Come si potrebbero dividere le informazioni in istanze di qualcosa (righe)? Le nostre fonti, sebbene possano essere molto utili, spesso non sono effettivamente adatte ai database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
D'altra parte, però, esistono anche fonti che a prima vista sono più promettenti in termini di idoneità all'inclusione in un database. Prendiamo per esempio i censimenti che invece hanno una forma più &amp;quot;strutturata&amp;quot;. Qui le informazioni sono convenientemente organizzate in colonne e righe: ogni colonna riguarda un particolare tipo di informazione (nome, età, occupazione e così via), e ogni riga corrisponde a informazioni su un singolo individuo. Questa è una fonte che si &amp;quot;adatta&amp;quot; alla struttura del database senza bisogno di troppe conversioni, poiché la sua forma intrinseca si avvicina molto a quella richiesta dal database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bisogna comunque sottolineare che anche in questo caso il processo di conversione da informazioni della fonte a dati del database non sarà privo di problemi, anche se alcuni di essi si potrebbero risolvere facendo una selezione. Lo storico, infatti, dovrà scegliere un metodo di scelta delle informazioni relativo allo scopo della sua ricerca.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== gli scopi ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il primo passo è quindi quello di decidere quale scopo (o scopi) il database dovrà raggiungere. Ciò non è così ovvio o diretto come ci si potrebbe aspettare, dato che i database in astratto possono effettivamente servire ad uno o più tipi di funzioni. In sostanza, comunque, ci sono tre tipi di funzioni a cui lo storico è probabilmente interessato:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
# Gestione dei dati&lt;br /&gt;
# Collegamento dei record&lt;br /&gt;
# Definizione del '''[[Modello concettuale, logico e fisico|modello]]'''/analisi aggregativa&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ciascuna di queste funzioni è un obiettivo che può essere raggiunto attraverso il modellamento del database nel processo di progettazione, e ognuna richiederà che alcuni passaggi nella formazione del database siano condotti in modi specifici, sebbene non si escludano affatto a vicenda. Quest'ultimo punto è importante, dato che la maggior parte degli storici vorrà avere accesso all'intera gamma di funzionalità offerte dal database, e probabilmente si impegnerà in ricerche che richiederanno tutti e tre i tipi di attività elencati. In altre parole, è raro che gli storici sappiano esattamente cosa vogliono fare con il loro database all'inizio del processo di progettazione, cioè quando queste decisioni dovrebbero essere prese. Questo è il motivo per cui molti storici sono inclini a progettare database che massimizzino la flessibilità per poterli usare in seguito nel progetto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
# L'aspetto della gestione dei dati del database è in molti casi una specie di sottoprodotto di come funziona il database ed è anche una delle sue funzioni più potenti e utili. È molto importante per uno storico essere in grado di tenere grandi quantità di informazioni (provenienti da diverse fonti) sia in un’unica struttura sia in una forma che renda possibile trovare qualsiasi informazione e vederla in relazione ad altre informazioni. Molti storici usano il database per l'organizzazione bibliografica, che permette loro di collegare le note delle letture secondarie alle informazioni prese dalle fonti primarie e di poter risalire alla fonte di entrambe. Gli strumenti più semplici dei database possono essere usati per trovare le informazioni rapidamente e facilmente, rendendolo un buon contenitore di informazioni da recuperare.&lt;br /&gt;
# Il collegamento dei record è il punto in cui il database, e in particolare il database relazionale, entra in gioco. Collegare persone, luoghi, date, eventi e temi attraverso fonti, periodi e confini geografici o amministrativi è chiaramente un compito incredibilmente utile da svolgere.&lt;br /&gt;
# Infine, una volta che le informazioni sono state convertite in dati, il database può essere impiegato per raggrupparle. Una volta che i record sono aggregati, allora diventa possibile contarli, il che significa poter eseguire le analisi statistiche e definire i modelli strutturali all'interno delle informazioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== modelli analitico ed empirico ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando si progetta un database, si deve essere consapevoli che esistono due modelli concettuali diversi: quello “analitico” (orientato al '''[[Database centrati sul metodo|metodo]]''', come preferiscono alcuni autori), focalizzato su un problema di ricerca, e quello “empirico” (orientato dalle '''[[Database centrato sulle fonti|fonti]]''') che cerca di rendere conto del corpus documentario, come base di registri parrocchiali o di battesimi, per esempio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In sintesi, il '''[[Modello concettuale, logico e fisico|modello]]''' di '''database orientato alle fonti''' riguarda la progettazione del database storico orientato alla registrazione di ogni singola informazione dalle fonti, senza omettere nulla. Una specie di surrogato digitale delle fonti. Le informazioni e la loro forma strutturano completamente il modo in cui il database deve essere costruito.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questo approccio alla progettazione di un database attira molto uno storico, poiché pone le fonti al centro del progetto. Richiede tempo per l’inserimento dei dati e, se applicato rigidamente, può portare ad un progetto ingombrante, poiché si cerca di raccogliere ogni singola informazione della fonte. Dal lato opposto, però, permette di adottare in seguito approcci analitici più ampi, in modo che le potenziali query non dipendano dal programma di ricerca iniziale. In questo modo non si devono anticipare tutte le domande di ricerca, al contrario del modello orientato al metodo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Detto in altre parole, questo primo modello trasferisce la fonte (con tutte le sue peculiarità e irregolarità) nel database senza perdita di informazioni: tutto (o quasi) viene registrato e se successivamente si nota qualcosa d’interessante, non sarà necessario tornare alla fonte per inserire altre informazioni che all’inizio non erano sembrate utili.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il '''database orientato al metodo''', invece, è basato su ciò che è destinato a fare, piuttosto che sulla natura delle informazioni che contiene. Di conseguenza, se si vuole adottare questo modello per la progettazione, è necessario sapere, prima di iniziare, lo scopo del database (incluse le ''query'').&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I database orientati al metodo sono più veloci da creare e da “riempire”, ma è molto difficile deviare successivamente dalla funzione progettata del database, al fine di (ad esempio) perseguire nuove linee di indagine.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In definitiva, gli storici potrebbero spesso decidere di seguire una via di mezzo tra le due possibilità, dimostrando forse una maggiore propensione per l'approccio orientato alle fonti. Quando si decide di quali informazioni si ha bisogno, è importante tener conto del fatto che le esigenze possono cambiare nel corso di un progetto e che potrebbe durare diversi anni. Se si vuole essere in grado di mantenere la massima flessibilità nel programma di ricerca, allora c’è bisogno di inserire più informazioni nella progettazione del database. Se non si sa se le esigenze di ricerca cambieranno, è sconsigliato inserire più informazioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al contrario se si conosce la fonte (o le fonti) molto bene in anticipo, se sono state definite le esigenze di ricerca predeterminate, se non si cercherà di recuperare tutte le informazioni dalla fonte, e se si è già a conoscenza di come trattare e quali ''query'' porre sui dati, allora è consigliabile un approccio orientato al metodo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== conclusioni ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In conclusione, per progettare un database serve tempo, specialmente se si è adottato il primo approccio e si sta lavorando con una serie di fonti diverse, ricche e complesse. Tuttavia, il tempo speso a lavorare sulla progettazione sarà più che ripagato quando si arriverà alle fasi di inserimento e analisi dei dati del progetto del database. Le fonti storiche daranno origine a tutti i tipi di complicazioni e più si riesce ad anticiparli/accomodarli nella progettazione, maggiormente efficiente sarà l'uso del database in seguito.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nessun database è perfetto, e l'unico indicatore di qualità (o di successo) quando si tratta di progettare un database è se serve o meno alle varie funzioni prefissate. Se si riesce a gestire le informazioni nel modo che serve, a eseguire le analisi e ad essere flessibili in entrambe quest’aree, allora il modello è buono. L’importante è non valutare la qualità del database solo alla fine e costruire (ad esempio) un prototipo strutturale del database (cioè con solo le tabelle e le relazioni, senza preoccuparsi troppo degli altri strumenti che vanno nella creazione dell'applicazione del database): un “mini-database” in cui inserire alcuni dati per vedere le carenze nel progetto. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A questo punto è probabile che si possono trovare queste situazioni:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Arquivo:InRosi1.png|800px|center]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una volta inseriti i dati, si possono progettare ed eseguire alcune query per testare se le domande di ricerca possano essere effettivamente soddisfatte dal progetto attuale. L'esecuzione delle ''query'' è il test definitivo per verificare se il progetto del database funziona o meno, ed è probabile che si debbano riorganizzare i campi.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Una volta terminati questi test, è sufficiente progettare e ricostruire il database sistemando i problemi riscontrati. Sarà difficile e lungo all'inizio, ma alla fine ne varrà la pena!&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
}}&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>EnricaSalvatori</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://lhs.unb.br/cliomatica/index.php?title=Database_nella_ricerca_in_storia&amp;diff=3619</id>
		<title>Database nella ricerca in storia</title>
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				<updated>2021-09-06T12:56:49Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;EnricaSalvatori: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{articolo|&lt;br /&gt;
nome=Beatrice|&lt;br /&gt;
cognome=Rosi|&lt;br /&gt;
testo=&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La prima cosa da sapere è che un database non è solo un prodotto tecnico. La sua elaborazione implica un gran numero di decisioni. '''La costruzione di una banca dati obbedisce''', in modo perfetto o imperfetto, '''ai precetti e alle visioni del mondo del ricercatore''' (e, all'interno di questi, al problema della ricerca). La prima posizione teorica è quella di credere che sia possibile ridurre la complessità del sociale al punto da adattarlo sotto forma di tabulati, come gli storici credono sia possibile fare sulle righe di un testo. Le nostre posizioni teoriche possono essere varie, eterogenee, eclettiche, ma sono lì, nel loro angolo, in attesa che il tempo appaia per organizzare il mondo all'interno dei nostri &amp;quot;prodotti&amp;quot;. Nel caso della ricerca storica, ciò include la scelta di oggetti, insiemi di fonti, metodologie e interlocutori. E la configurazione del database non è una operazione molto diversa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Tipologie di database ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Possiamo dire che esistono due tipi di basi, quella “analitica” (orientata al '''[[Database centrati sul metodo|metodo]]''', come preferiscono alcuni autori), focalizzata su un problema di ricerca, e quella “empirica” (orientata dalle '''[[Database centrato sulle fonti|fonti]]''') che cercano di rendere conto di un corpus documentario, come base di registri parrocchiali, battesimi, per esempio. Ciò è legato a una concezione della storia che prevede il lavoro dello storico come un passo importante verso l'accesso alla conoscenza del passato, poiché le basi analitiche sarebbero guidate da un problema di ricerca. Le basi empiriche, a loro volta, avrebbero organizzato il materiale di lavoro, senza un accesso diretto al passato, poiché erano organizzate da uno storico in modo diverso dallo stato originario della fonte.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo aver fatto questi punti salienti, possiamo pensare a molti usi per i database nella storia. Possiamo usare le basi per organizzare i nostri materiali di ricerca, note d'archivio, elenchi di documenti (ora organizzati, con campi che separano le persone coinvolte, date, temi, ecc.) e molte altre cose. Un foglio di calcolo (come Microsoft Excel, ad esempio) può risolvere tutto questo e forse molte persone possono fare la stessa cosa utilizzando un editor di testo (come Microsoft Word, ad esempio). Può essere, ma è molto più facile quando possiamo cercare due cose contemporaneamente, ad esempio, tutti i riferimenti al tema &amp;quot;salute&amp;quot;, tra il 1850 e il 1870, per esempio. E diventa ancora più interessante se possiamo fare la stessa ricerca all'interno di un'area specifica (una città o una regione, ad esempio). Questo editor di testo non lo consente. Riguardo ai fogli di calcolo, sono già nell'universo dei database...&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In questa sezione vediamo come e quanto un database possa essere utile nella ricerca storica. Si prenderanno in considerazione alcuni concetti importanti che lo storico ha bisogno di sapere prima di imbarcarsi nella progettazione di un database, e si cercheranno di fornire una serie di punti di partenza per superare certi problemi di progettazione che colpiscono specificamente gli storici quando arrivano a mettere le loro fonti in un database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Fonti, informazioni, dati ==&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
È necessario avere una buona comprensione della complessa relazione tra fonti storiche, informazioni e dati, ed essere consapevoli dei processi di trasformazione che sono necessari quando si passa dall'uno all'altro. I contenuti informativi delle fonti storiche devono essere convertiti (spesso in più modi) prima di poter essere usati come dati, e bisogna prendere numerose decisioni metodologiche. A differenza degli aspetti più meccanici dell'uso dei database nella ricerca storica, come la costruzione di tabelle, il collegamento di record o l'esecuzione di analisi aggregate, questo processo di traduzione non solo è difficile da imparare (serve esperienza), ma diventa facilmente un processo soggettivo, cioè diverso per ogni storico che lo applica. Ciascun studioso della storia ha materiali, progetti ed obiettivi di ricerca diversi, quindi i database che costruisce sono spesso adattati al suo scopo specifico. Questa &amp;quot;modellazione&amp;quot; dei dati storici non è un processo semplice, ma fortunatamente le difficoltà che sorgono sono quelle che in generale gli storici affrontano nel loro lavoro quotidiano, non legato ai database. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gli esempi proposti non sono gli unici modi per progettare un database, dato che non esiste un modo giusto o sbagliato, ma tentano di percorrere la via più “utile” per uno storico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== la struttura tabellare ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La parte difficile del processo di utilizzo dei database nella ricerca storica sta nella “forma” delle informazioni che si trovano all’interno delle fonti. I database hanno regole molto rigide sul tipo di informazione che deve essere scritta, utilizzata e su come viene rappresentata per fare in modo che diventi un dato. Infatti, esiste una differenza tra &amp;quot;informazioni&amp;quot; e &amp;quot;dati&amp;quot;: le prime sono quello che le fonti forniscono, i secondi ciò di cui i database hanno bisogno. Diviene dunque essenziale tenere conto della '''[[Struttura dei dati|struttura dei dati]]'''.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il problema che gli storici devono affrontare è che l'informazione può assumere molte forme nelle fonti, anche se si sta considerando solo un singolo tipo di fonte relativamente semplice. Le fonti che hanno una “forma” irregolare (come quelle testuali con lunghi resoconti narrativi scritti in paragrafi, capitoli, ecc., o raccolte eterogenee di immagini/suoni/video) pongono problemi quando si tratta di convertire le loro informazioni in dati. Tuttavia, il problema sorgerà anche nelle fonti più strutturate (come gli elenchi dei censimenti o le valutazioni fiscali), che non sono mai così semplici come potrebbero sembrare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cosa s’intende con “forma”? Il concetto di “forma” è importante per capire come funzionano i database e per inserirvi le fonti. Una regola fondamentale è che tutti i dati nel database stanno in tabelle. Questo significa che le informazioni prese dalle fonti dovranno essere inserite in una struttura tabellare, cioè disposte per righe e colonne. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le informazioni delle fonti sono ciò che ci interessa. Rappresentano ciò che useremo per eseguire le analisi e costituiscono la materia prima della ricerca dello storico. Indipendentemente dal database, quando si guardano le fonti con una necessità metodologica, estraiamo informazioni da esse e le registriamo come note (a volte come trascrizioni).  La registrazione delle informazioni, in questo modo, permette di accedere a ciò di cui abbiamo bisogno senza dover consultare la fonte originale in futuro. Inoltre, nel prendere appunti assimiliamo le variazioni del tipo e della portata dell'informazione registrata, senza preoccuparci della forma di quest’informazione, cosa che non è più possibile in un database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per esempio, un manifesto unico potrebbe fornire allo storico la maggior parte delle informazioni richieste - luoghi, date, tematiche, eventi, ecc.- ma dal punto di vista della progettazione del database è importante notare che esistono altre informazioni interessanti oltre ai contenuti, come dimensioni della pagina, layout, tipi e dimensioni dei caratteri, lingua, timbri d'archivio, colori usati ecc. Le descrizioni della fonte possono essere informazioni utili tanto quanto ciò che la fonte effettivamente dice.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Considerando un manifesto come un elemento candidato per l'inserimento in un database, l'aspetto più ovvio di questa particolare fonte è che non assomiglia molto a una tabella: non è &amp;quot;rettangolare&amp;quot; in termini di forma, ovvero il testo non è organizzato in colonne e righe. Questo rende difficile accertare la portata delle informazioni (di cosa trattano) senza leggere effettivamente l'intera fonte.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Immediatamente quindi diventa evidente che se volessimo includere queste informazioni nel nostro database, dovremmo pensare attentamente a come inserirle. In che modo si possono riordinare le informazioni in colonne e righe? Come dovrebbero essere le colonne? Come si potrebbero dividere le informazioni in istanze di qualcosa (righe)? Le nostre fonti, sebbene possano essere molto utili, spesso non sono effettivamente adatte ai database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
D'altra parte, però, esistono anche fonti che a prima vista sono più promettenti in termini di idoneità all'inclusione in un database. Prendiamo per esempio i censimenti che invece hanno una forma più &amp;quot;strutturata&amp;quot;. Qui le informazioni sono convenientemente organizzate in colonne e righe: ogni colonna riguarda un particolare tipo di informazione (nome, età, occupazione e così via), e ogni riga corrisponde a informazioni su un singolo individuo. Questa è una fonte che si &amp;quot;adatta&amp;quot; alla struttura del database senza bisogno di troppe conversioni, poiché la sua forma intrinseca si avvicina molto a quella richiesta dal database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bisogna comunque sottolineare che anche in questo caso il processo di conversione da informazioni della fonte a dati del database non sarà privo di problemi, anche se alcuni di essi si potrebbero risolvere facendo una selezione. Lo storico, infatti, dovrà scegliere un metodo di scelta delle informazioni relativo allo scopo della sua ricerca.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Gli scopi ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il primo passo è quindi quello di decidere quale scopo (o scopi) il database dovrà raggiungere. Ciò non è così ovvio o diretto come ci si potrebbe aspettare, dato che i database in astratto possono effettivamente servire ad uno o più tipi di funzioni. In sostanza, comunque, ci sono tre tipi di funzioni a cui lo storico è probabilmente interessato:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
# Gestione dei dati&lt;br /&gt;
# Collegamento dei record&lt;br /&gt;
# Definizione del '''[[Modello concettuale, logico e fisico|modello]]'''/analisi aggregativa&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ciascuna di queste funzioni è un obiettivo che può essere raggiunto attraverso il modellamento del database nel processo di progettazione, e ognuna richiederà che alcuni passaggi nella formazione del database siano condotti in modi specifici, sebbene non si escludano affatto a vicenda. Quest'ultimo punto è importante, dato che la maggior parte degli storici vorrà avere accesso all'intera gamma di funzionalità offerte dal database, e probabilmente si impegnerà in ricerche che richiederanno tutti e tre i tipi di attività elencati. In altre parole, è raro che gli storici sappiano esattamente cosa vogliono fare con il loro database all'inizio del processo di progettazione, cioè quando queste decisioni dovrebbero essere prese. Questo è il motivo per cui molti storici sono inclini a progettare database che massimizzino la flessibilità per poterli usare in seguito nel progetto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
# L'aspetto della gestione dei dati del database è in molti casi una specie di sottoprodotto di come funziona il database ed è anche una delle sue funzioni più potenti e utili. È molto importante per uno storico essere in grado di tenere grandi quantità di informazioni (provenienti da diverse fonti) sia in un’unica struttura sia in una forma che renda possibile trovare qualsiasi informazione e vederla in relazione ad altre informazioni. Molti storici usano il database per l'organizzazione bibliografica, che permette loro di collegare le note delle letture secondarie alle informazioni prese dalle fonti primarie e di poter risalire alla fonte di entrambe. Gli strumenti più semplici dei database possono essere usati per trovare le informazioni rapidamente e facilmente, rendendolo un buon contenitore di informazioni da recuperare.&lt;br /&gt;
# Il collegamento dei record è il punto in cui il database, e in particolare il database relazionale, entra in gioco. Collegare persone, luoghi, date, eventi e temi attraverso fonti, periodi e confini geografici o amministrativi è chiaramente un compito incredibilmente utile da svolgere.&lt;br /&gt;
# Infine, una volta che le informazioni sono state convertite in dati, il database può essere impiegato per raggrupparle. Una volta che i record sono aggregati, allora diventa possibile contarli, il che significa poter eseguire le analisi statistiche e definire i modelli strutturali all'interno delle informazioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Modelli analitico ed empirico ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando si progetta un database, si deve essere consapevoli che esistono due modelli concettuali diversi: quello “analitico” (orientato al '''[[Database centrati sul metodo|metodo]]''', come preferiscono alcuni autori), focalizzato su un problema di ricerca, e quello “empirico” (orientato dalle '''[[Database centrato sulle fonti|fonti]]''') che cerca di rendere conto del corpus documentario, come base di registri parrocchiali o di battesimi, per esempio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In sintesi, il '''[[Modello concettuale, logico e fisico|modello]]''' di '''database orientato alle fonti''' riguarda la progettazione del database storico orientato alla registrazione di ogni singola informazione dalle fonti, senza omettere nulla. Una specie di surrogato digitale delle fonti. Le informazioni e la loro forma strutturano completamente il modo in cui il database deve essere costruito.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questo approccio alla progettazione di un database attira molto uno storico, poiché pone le fonti al centro del progetto. Richiede tempo per l’inserimento dei dati e, se applicato rigidamente, può portare ad un progetto ingombrante, poiché si cerca di raccogliere ogni singola informazione della fonte. Dal lato opposto, però, permette di adottare in seguito approcci analitici più ampi, in modo che le potenziali query non dipendano dal programma di ricerca iniziale. In questo modo non si devono anticipare tutte le domande di ricerca, al contrario del modello orientato al metodo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Detto in altre parole, questo primo modello trasferisce la fonte (con tutte le sue peculiarità e irregolarità) nel database senza perdita di informazioni: tutto (o quasi) viene registrato e se successivamente si nota qualcosa d’interessante, non sarà necessario tornare alla fonte per inserire altre informazioni che all’inizio non erano sembrate utili.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il '''database orientato al metodo''', invece, è basato su ciò che è destinato a fare, piuttosto che sulla natura delle informazioni che contiene. Di conseguenza, se si vuole adottare questo modello per la progettazione, è necessario sapere, prima di iniziare, lo scopo del database (incluse le ''query'').&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I database orientati al metodo sono più veloci da creare e da “riempire”, ma è molto difficile deviare successivamente dalla funzione progettata del database, al fine di (ad esempio) perseguire nuove linee di indagine.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In definitiva, gli storici potrebbero spesso decidere di seguire una via di mezzo tra le due possibilità, dimostrando forse una maggiore propensione per l'approccio orientato alle fonti. Quando si decide di quali informazioni si ha bisogno, è importante tener conto del fatto che le esigenze possono cambiare nel corso di un progetto e che potrebbe durare diversi anni. Se si vuole essere in grado di mantenere la massima flessibilità nel programma di ricerca, allora c’è bisogno di inserire più informazioni nella progettazione del database. Se non si sa se le esigenze di ricerca cambieranno, è sconsigliato inserire più informazioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al contrario se si conosce la fonte (o le fonti) molto bene in anticipo, se sono state definite le esigenze di ricerca predeterminate, se non si cercherà di recuperare tutte le informazioni dalla fonte, e se si è già a conoscenza di come trattare e quali ''query'' porre sui dati, allora è consigliabile un approccio orientato al metodo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Conclusioni ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In conclusione, per progettare un database serve tempo, specialmente se si è adottato il primo approccio e si sta lavorando con una serie di fonti diverse, ricche e complesse. Tuttavia, il tempo speso a lavorare sulla progettazione sarà più che ripagato quando si arriverà alle fasi di inserimento e analisi dei dati del progetto del database. Le fonti storiche daranno origine a tutti i tipi di complicazioni e più si riesce ad anticiparli/accomodarli nella progettazione, maggiormente efficiente sarà l'uso del database in seguito.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nessun database è perfetto, e l'unico indicatore di qualità (o di successo) quando si tratta di progettare un database è se serve o meno alle varie funzioni prefissate. Se si riesce a gestire le informazioni nel modo che serve, a eseguire le analisi e ad essere flessibili in entrambe quest’aree, allora il modello è buono. L’importante è non valutare la qualità del database solo alla fine e costruire (ad esempio) un prototipo strutturale del database (cioè con solo le tabelle e le relazioni, senza preoccuparsi troppo degli altri strumenti che vanno nella creazione dell'applicazione del database): un “mini-database” in cui inserire alcuni dati per vedere le carenze nel progetto. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A questo punto è probabile che si possono trovare queste situazioni:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Arquivo:InRosi1.png|800px|center]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una volta inseriti i dati, si possono progettare ed eseguire alcune query per testare se le domande di ricerca possano essere effettivamente soddisfatte dal progetto attuale. L'esecuzione delle ''query'' è il test definitivo per verificare se il progetto del database funziona o meno, ed è probabile che si debbano riorganizzare i campi.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Una volta terminati questi test, è sufficiente progettare e ricostruire il database sistemando i problemi riscontrati. Sarà difficile e lungo all'inizio, ma alla fine ne varrà la pena!&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
}}&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>EnricaSalvatori</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://lhs.unb.br/cliomatica/index.php?title=Database_nella_ricerca_in_storia&amp;diff=3618</id>
		<title>Database nella ricerca in storia</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://lhs.unb.br/cliomatica/index.php?title=Database_nella_ricerca_in_storia&amp;diff=3618"/>
				<updated>2021-09-06T12:45:33Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;EnricaSalvatori: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{articolo|&lt;br /&gt;
nome=Beatrice|&lt;br /&gt;
cognome=Rosi|&lt;br /&gt;
testo=&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La prima cosa da sapere è che un database non è solo un prodotto tecnico. La sua elaborazione implica un gran numero di decisioni. '''La costruzione di una banca dati obbedisce''', in modo perfetto o imperfetto, '''ai precetti e alle visioni del mondo del ricercatore''' (e, all'interno di questi, al problema della ricerca). La prima posizione teorica è quella di credere che sia possibile ridurre la complessità del sociale al punto da adattarlo sotto forma di tabulati, come gli storici credono sia possibile fare sulle righe di un testo. Le nostre posizioni teoriche possono essere varie, eterogenee, eclettiche, ma sono lì, nel loro angolo, in attesa che il tempo appaia per organizzare il mondo all'interno dei nostri &amp;quot;prodotti&amp;quot;. Nel caso della ricerca storica, ciò include la scelta di oggetti, insiemi di fonti, metodologie e interlocutori. E la configurazione del database non è una operazione molto diversa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Tipologie di database ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Possiamo dire che esistono due tipi di basi, quella “analitica” (orientata al '''[[Database centrati sul metodo|metodo]]''', come preferiscono alcuni autori), focalizzata su un problema di ricerca, e quella “empirica” (orientata dalle '''[[Database centrato sulle fonti|fonti]]''') che cercano di rendere conto di un corpus documentario, come base di registri parrocchiali, battesimi, per esempio. Ciò è legato a una concezione della storia che prevede il lavoro dello storico come un passo importante verso l'accesso alla conoscenza del passato, poiché le basi analitiche sarebbero guidate da un problema di ricerca. Le basi empiriche, a loro volta, avrebbero organizzato il materiale di lavoro, senza un accesso diretto al passato, poiché erano organizzate da uno storico in modo diverso dallo stato originario della fonte.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo aver fatto questi punti salienti, possiamo pensare a molti usi per i database nella storia. Possiamo usare le basi per organizzare i nostri materiali di ricerca, note d'archivio, elenchi di documenti (ora organizzati, con campi che separano le persone coinvolte, date, temi, ecc.) e molte altre cose. Un foglio di calcolo (come Microsoft Excel, ad esempio) può risolvere tutto questo e forse molte persone possono fare la stessa cosa utilizzando un editor di testo (come Microsoft Word, ad esempio). Può essere, ma è molto più facile quando possiamo cercare due cose contemporaneamente, ad esempio, tutti i riferimenti al tema &amp;quot;salute&amp;quot;, tra il 1850 e il 1870, per esempio. E diventa ancora più interessante se possiamo fare la stessa ricerca all'interno di un'area specifica (una città o una regione, ad esempio). Questo editor di testo non lo consente. Riguardo ai fogli di calcolo, sono già nell'universo dei database...&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In questa sezione vediamo come e quanto un database possa essere utile nella ricerca storica. Si prenderanno in considerazione alcuni concetti importanti che lo storico ha bisogno di sapere prima di imbarcarsi nella progettazione di un database, e si cercheranno di fornire una serie di punti di partenza per superare certi problemi di progettazione che colpiscono specificamente gli storici quando arrivano a mettere le loro fonti in un database. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È necessario avere una buona comprensione della complessa relazione tra fonti storiche, informazioni e dati, ed essere consapevoli dei processi di traduzione che sono necessari quando si passa dall'uno all'altro. I contenuti informativi delle fonti storiche devono essere convertiti (spesso in più modi) prima di poter essere usati come dati, e bisogna prendere numerose decisioni metodologiche. A differenza degli aspetti più meccanici dell'uso dei database nella ricerca storica, come la costruzione di tabelle, il collegamento di record o l'esecuzione di analisi aggregate, questo processo di traduzione non solo è difficile da imparare (serve esperienza), ma è anche probabile che sia un processo sostanzialmente soggettivo, cioè diverso per ogni storico che lo applica. Ciascuno studioso della storia ha materiali, progetti ed obiettivi di ricerca diversi, quindi i database che costruisce si rivolgono (o dovrebbero rivolgersi) a questi nel modo che meglio si adatta al suo scopo specifico. Questa &amp;quot;modellazione&amp;quot; dei dati storici non è un processo semplice, ma fortunatamente le difficoltà che sorgono sono quelle che in generale gli storici affrontano nel loro lavoro quotidiano, non legato ai database. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gli esempi proposti in questo portale non sono gli unici modi per progettare un database, dato che non esiste un modo giusto o sbagliato, ma tentano di percorrere la via più “utile” per uno storico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La parte difficile del processo di utilizzo dei database nella ricerca storica sta nella “forma” delle informazioni che si trovano all’interno delle fonti. I database hanno regole molto rigide sul tipo di informazione che deve essere scritta, utilizzata e su come viene rappresentata per fare in modo che diventi un dato. Infatti, esiste una differenza tra &amp;quot;informazioni&amp;quot; e &amp;quot;dati&amp;quot;: le prime sono quello che le fonti forniscono, i secondi ciò di cui i database hanno bisogno. Diviene dunque essenziale tenere conto della '''[[Struttura dei dati|struttura dei dati]]'''.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il problema che gli storici devono affrontare è che l'informazione può assumere molte forme nelle fonti, anche se si sta considerando solo un singolo tipo di fonte relativamente semplice. Le fonti che hanno una “forma” irregolare (come quelle testuali con lunghi resoconti narrativi scritti in paragrafi, capitoli, ecc., o i database di raccolte di immagini/suoni/video) risultano essere problematiche quando si tratta di convertire le loro informazioni in dati. Tuttavia, il problema sorgerà anche nelle fonti più strutturate (come gli elenchi dei censimenti o le valutazioni fiscali), che non sono mai così semplici come potrebbero sembrare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cosa s’intende con “forma”? Il concetto di “forma” è importante per capire come funzionano i database e per inserirvi le fonti. Una regola fondamentale è che tutti i dati nel database stanno in tabelle. Questo significa che le informazioni prese dalle fonti dovranno essere inserite in una struttura tabellare, cioè disposte per righe e colonne. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le informazioni delle fonti sono ciò che ci interessa. Rappresentano ciò che useremo per eseguire le analisi e costituiscono la materia prima della ricerca dello storico. Indipendentemente dal database, quando si guardano le fonti con una necessità metodologica, estraiamo informazioni da esse e le registriamo come note (a volte come trascrizioni).  La registrazione delle informazioni, in questo modo, permette di accedere a ciò di cui abbiamo bisogno senza dover consultare la fonte originale in futuro. Inoltre, nel prendere appunti assimiliamo le variazioni del tipo e della portata dell'informazione registrata, senza preoccuparci della forma di quest’informazione, cosa che non è più possibile in un database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per esempio, un manifesto potrebbe fornire allo storico la maggior parte delle informazioni della fonte - informazioni su luoghi, date, tematiche, eventi, ecc.- ma dal punto di vista della progettazione del database è importante notare che esistono altre informazioni interessanti oltre ai contenuti stessi.  È opportuno identificare questi tipi di informazioni non testuali, come dimensioni della pagina, layout, tipi e dimensioni dei caratteri, lingua, timbri d'archivio, colori usati ecc. Le descrizioni della fonte possono essere informazioni utili tanto quanto ciò che la fonte effettivamente dice.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Considerando un manifesto come un elemento candidato per l'inserimento in un database, l'aspetto più ovvio di questa particolare fonte è che non assomiglia molto a una tabella: non è &amp;quot;rettangolare&amp;quot; in termini di forma, ovvero il testo non è organizzato in colonne e righe. Questo rende difficile accertare la portata delle informazioni (di cosa trattano) senza leggere effettivamente l'intera fonte.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Immediatamente quindi diventa evidente che se volessimo includere queste informazioni nel nostro database, dovremmo pensare attentamente a come inserirle. In che modo si possono riordinare le informazioni in colonne e righe? Come dovrebbero essere le colonne? Come si potrebbero dividere le informazioni in istanze di qualcosa (righe)? Le nostre fonti, sebbene possano essere molto utili, spesso non sono effettivamente adatte ai database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
D'altra parte, però, esistono anche fonti che a prima vista sono più promettenti in termini di idoneità all'inclusione in un database. Prendiamo per esempio i censimenti che invece hanno una forma più &amp;quot;rettangolare&amp;quot;. Qui le informazioni sono convenientemente organizzate in colonne e righe: ogni colonna riguarda un particolare tipo di informazione (nome, età, occupazione e così via), e ogni riga corrisponde a informazioni su un singolo individuo. Questa è una fonte che si &amp;quot;adatta&amp;quot; alla struttura del database senza bisogno di troppe conversioni, poiché la sua forma intrinseca si avvicina molto a quella richiesta dal database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bisogna comunque sottolineare che anche in questo caso il processo di conversione da informazioni della fonte a dati del database non sarà privo di problemi, anche se alcuni di essi si potrebbero risolvere facendo una selezione. Lo storico, infatti, dovrà scegliere un metodo di scelta delle informazioni relativo allo scopo della sua ricerca.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il primo passo è quindi quello di decidere quale scopo (o scopi) il database dovrà raggiungere. Ciò non è così ovvio o diretto come ci si potrebbe aspettare, dato che i database in astratto possono effettivamente servire ad uno o più tipi di funzioni. In sostanza, comunque, ci sono tre tipi di funzioni a cui lo storico è probabilmente interessato:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
# Gestione dei dati&lt;br /&gt;
# Collegamento dei record&lt;br /&gt;
# Definizione del '''[[Modello concettuale, logico e fisico|modello]]'''/analisi aggregativa&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ciascuna di queste funzioni è un obiettivo che può essere raggiunto attraverso il modellamento del database nel processo di progettazione, e ognuna richiederà che alcuni passaggi nella formazione del database siano condotti in modi specifici, sebbene non si escludano affatto a vicenda. Quest'ultimo punto è importante, dato che la maggior parte degli storici vorrà avere accesso all'intera gamma di funzionalità offerte dal database, e probabilmente si impegnerà in ricerche che richiederanno tutti e tre i tipi di attività elencati. In altre parole, è raro che gli storici sappiano esattamente cosa vogliono fare con il loro database all'inizio del processo di progettazione, cioè quando queste decisioni dovrebbero essere prese. Questo è il motivo per cui molti storici sono inclini a progettare database che massimizzino la flessibilità per poterli usare in seguito nel progetto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
# L'aspetto della gestione dei dati del database è in molti casi una specie di sottoprodotto di come funziona il database ed è anche una delle sue funzioni più potenti e utili. È molto importante per uno storico essere in grado di tenere grandi quantità di informazioni (provenienti da diverse fonti) sia in un’unica struttura sia in una forma che renda possibile trovare qualsiasi informazione e vederla in relazione ad altre informazioni. Molti storici usano il database per l'organizzazione bibliografica, che permette loro di collegare le note delle letture secondarie alle informazioni prese dalle fonti primarie e di poter risalire alla fonte di entrambe. Gli strumenti più semplici dei database possono essere usati per trovare le informazioni rapidamente e facilmente, rendendolo un buon contenitore di informazioni da recuperare.&lt;br /&gt;
# Il collegamento dei record è il punto in cui il database, e in particolare il database relazionale, entra in gioco. Collegare persone, luoghi, date, eventi e temi attraverso fonti, periodi e confini geografici o amministrativi è chiaramente un compito incredibilmente utile da svolgere.&lt;br /&gt;
# Infine, una volta che le informazioni sono state convertite in dati, il database può essere impiegato per raggrupparle. Una volta che i record sono aggregati, allora diventa possibile contarli, il che significa poter eseguire le analisi statistiche e definire i modelli strutturali all'interno delle informazioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A proposito della progettazione dei database, esistono due modelli concettuali: quello “analitico” (orientato al '''[[Database centrati sul metodo|metodo]]''', come preferiscono alcuni autori), focalizzato su un problema di ricerca, e quello “empirico” (orientato dalle '''[[Database centrato sulle fonti|fonti]]''') che cerca di rendere conto del corpus documentario, come base di registri parrocchiali o di battesimi, per esempio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In sintesi, il '''[[Modello concettuale, logico e fisico|modello]]''' di database orientato alle fonti riguarda la progettazione del database storico orientato alla registrazione di ogni singola informazione dalle fonti, senza omettere nulla. Una specie di surrogato digitale delle fonti. Le informazioni e la loro forma strutturano completamente il modo in cui il database deve essere costruito.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questo approccio alla progettazione di un database attira molto uno storico, poiché pone le fonti al centro del progetto. Richiede tempo per l’inserimento dei dati e, se applicato rigidamente, può portare ad un progetto ingombrante, poiché si cerca di raccogliere ogni singola informazione della fonte. Dal lato opposto, però, permette di adottare in seguito approcci analitici più ampi, in modo che le potenziali query non dipendano dal programma di ricerca iniziale. In questo modo non si devono anticipare tutte le domande di ricerca, al contrario del modello orientato al metodo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Detto in altre parole, questo primo modello trasferisce la fonte (con tutte le sue peculiarità e irregolarità) nel database senza perdita di informazioni: tutto (o quasi) viene registrato e se successivamente si nota qualcosa d’interessante, non sarà necessario tornare alla fonte per inserire altre informazioni che all’inizio non erano sembrate utili.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il database orientato al metodo, invece, è basato su ciò che è destinato a fare, piuttosto che sulla natura delle informazioni che contiene. Di conseguenza, se si vuole adottare questo modello per la progettazione, è necessario sapere, prima di iniziare, lo scopo del database (incluse le ''query'').&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I database orientati al metodo sono più veloci da creare e da “riempire”, ma è molto difficile deviare successivamente dalla funzione progettata del database, al fine di (ad esempio) perseguire nuove linee di indagine.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In definitiva, gli storici potrebbero spesso decidere di seguire una via di mezzo tra le due possibilità, dimostrando forse una maggiore propensione per l'approccio orientato alle fonti. Quando si decide di quali informazioni si ha bisogno, è importante tener conto del fatto che le esigenze possono cambiare nel corso di un progetto e che potrebbe durare diversi anni. Se si vuole essere in grado di mantenere la massima flessibilità nel programma di ricerca, allora c’è bisogno di inserire più informazioni nella progettazione del database. Se non si sa se le esigenze di ricerca cambieranno, è sconsigliato inserire più informazioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al contrario se si conosce la fonte (o le fonti) molto bene in anticipo, se sono state definite le esigenze di ricerca predeterminate, se non si cercherà di recuperare tutte le informazioni dalla fonte, e se si è già a conoscenza di come trattare e quali ''query'' porre sui dati, allora è consigliabile un approccio orientato al metodo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In conclusione, per progettare un database serve tempo, specialmente se si è adottato il primo approccio e si sta lavorando con una serie di fonti diverse, ricche e complesse. Tuttavia, il tempo speso a lavorare sulla progettazione sarà più che ripagato quando si arriverà alle fasi di inserimento e analisi dei dati del progetto del database. Le fonti storiche daranno origine a tutti i tipi di complicazioni e più si riesce ad anticiparli/accomodarli nella progettazione, maggiormente efficiente sarà l'uso del database in seguito.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nessun database è perfetto, e l'unico indicatore di qualità (o di successo) quando si tratta di progettare un database è se serve o meno alle varie funzioni prefissate. Se si riesce a gestire le informazioni nel modo che serve, a eseguire le analisi e ad essere flessibili in entrambe quest’aree, allora il modello è buono. L’importante è non valutare la qualità del database solo alla fine e costruire (ad esempio) un prototipo strutturale del database (cioè con solo le tabelle e le relazioni, senza preoccuparsi troppo degli altri strumenti che vanno nella creazione dell'applicazione del database): un “mini-database” in cui inserire alcuni dati per vedere le carenze nel progetto. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A questo punto è probabile che si possono trovare queste situazioni:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Arquivo:InRosi1.png|800px|center]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una volta inseriti i dati, si possono progettare ed eseguire alcune query per testare se le domande di ricerca possano essere effettivamente soddisfatte dal progetto attuale. L'esecuzione delle ''query'' è il test definitivo per verificare se il progetto del database funziona o meno, ed è probabile che si debbano riorganizzare i campi.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Una volta terminati questi test, è sufficiente progettare e ricostruire il database sistemando i problemi riscontrati. Sarà difficile e lungo all'inizio, ma alla fine ne varrà la pena!&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
}}&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>EnricaSalvatori</name></author>	</entry>

	<entry>
		<id>https://lhs.unb.br/cliomatica/index.php?title=Database_nella_ricerca_in_storia&amp;diff=3617</id>
		<title>Database nella ricerca in storia</title>
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				<updated>2021-09-06T12:41:20Z</updated>
		
		<summary type="html">&lt;p&gt;EnricaSalvatori: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{articolo|&lt;br /&gt;
nome=Beatrice|&lt;br /&gt;
cognome=Rosi|&lt;br /&gt;
testo=&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La prima cosa da sapere è che un database non è solo un prodotto tecnico. La sua elaborazione implica un gran numero di decisioni. '''La costruzione di una banca dati obbedisce''', in modo perfetto o imperfetto, '''ai precetti e alle visioni del mondo del ricercatore''' (e, all'interno di questi, al problema della ricerca). La prima posizione teorica è quella di credere che sia possibile ridurre la complessità del sociale al punto da adattarlo sotto forma di tabulati, come gli storici credono sia possibile fare sulle righe di un testo. Le nostre posizioni teoriche possono essere varie, eterogenee, eclettiche, ma sono lì, nel loro angolo, in attesa che il tempo appaia per organizzare il mondo all'interno dei nostri &amp;quot;prodotti&amp;quot;. Nel caso della ricerca storica, ciò include la scelta di oggetti, insiemi di fonti, metodologie e interlocutori. E la configurazione del database non è una operazione molto diversa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
{{erro}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Possiamo dire che esistono due tipi di basi, quella “analitica” (orientata al '''[[Database centrati sul metodo|metodo]]''', come preferiscono alcuni autori), focalizzata su un problema di ricerca, e quella “empirica” (orientata dalle '''[[Database centrato sulle fonti|fonti]]''') che cercano di rendere conto di un corpus documentario, come base di registri parrocchiali, battesimi, per esempio. Ciò è legato a una concezione della storia che prevede il lavoro dello storico come un passo importante verso l'accesso alla conoscenza del passato, poiché le basi analitiche sarebbero guidate da un problema di ricerca. Le basi empiriche, a loro volta, avrebbero organizzato il materiale di lavoro, senza un accesso diretto al passato, poiché erano organizzate da uno storico in modo diverso dallo stato originario della fonte.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo aver fatto questi punti salienti, possiamo pensare a molti usi per i database nella storia. Possiamo usare le basi per organizzare i nostri materiali di ricerca, note d'archivio, elenchi di documenti (ora organizzati, con campi che separano le persone coinvolte, date, temi, ecc.) e molte altre cose. Un foglio di calcolo (come Microsoft Excel, ad esempio) può risolvere tutto questo e forse molte persone possono fare la stessa cosa utilizzando un editor di testo (come Microsoft Word, ad esempio). Può essere, ma è molto più facile quando possiamo cercare due cose contemporaneamente, ad esempio, tutti i riferimenti al tema &amp;quot;salute&amp;quot;, tra il 1850 e il 1870, per esempio. E diventa ancora più interessante se possiamo fare la stessa ricerca all'interno di un'area specifica (una città o una regione, ad esempio). Questo editor di testo non lo consente. Riguardo ai fogli di calcolo, sono già nell'universo dei database...&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In questa sezione vediamo come e quanto un database possa essere utile nella ricerca storica. Si prenderanno in considerazione alcuni concetti importanti che lo storico ha bisogno di sapere prima di imbarcarsi nella progettazione di un database, e si cercheranno di fornire una serie di punti di partenza per superare certi problemi di progettazione che colpiscono specificamente gli storici quando arrivano a mettere le loro fonti in un database. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È necessario avere una buona comprensione della complessa relazione tra fonti storiche, informazioni e dati, ed essere consapevoli dei processi di traduzione che sono necessari quando si passa dall'uno all'altro. I contenuti informativi delle fonti storiche devono essere convertiti (spesso in più modi) prima di poter essere usati come dati, e bisogna prendere numerose decisioni metodologiche. A differenza degli aspetti più meccanici dell'uso dei database nella ricerca storica, come la costruzione di tabelle, il collegamento di record o l'esecuzione di analisi aggregate, questo processo di traduzione non solo è difficile da imparare (serve esperienza), ma è anche probabile che sia un processo sostanzialmente soggettivo, cioè diverso per ogni storico che lo applica. Ciascuno studioso della storia ha materiali, progetti ed obiettivi di ricerca diversi, quindi i database che costruisce si rivolgono (o dovrebbero rivolgersi) a questi nel modo che meglio si adatta al suo scopo specifico. Questa &amp;quot;modellazione&amp;quot; dei dati storici non è un processo semplice, ma fortunatamente le difficoltà che sorgono sono quelle che in generale gli storici affrontano nel loro lavoro quotidiano, non legato ai database. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gli esempi proposti in questo portale non sono gli unici modi per progettare un database, dato che non esiste un modo giusto o sbagliato, ma tentano di percorrere la via più “utile” per uno storico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La parte difficile del processo di utilizzo dei database nella ricerca storica sta nella “forma” delle informazioni che si trovano all’interno delle fonti. I database hanno regole molto rigide sul tipo di informazione che deve essere scritta, utilizzata e su come viene rappresentata per fare in modo che diventi un dato. Infatti, esiste una differenza tra &amp;quot;informazioni&amp;quot; e &amp;quot;dati&amp;quot;: le prime sono quello che le fonti forniscono, i secondi ciò di cui i database hanno bisogno. Diviene dunque essenziale tenere conto della '''[[Struttura dei dati|struttura dei dati]]'''.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il problema che gli storici devono affrontare è che l'informazione può assumere molte forme nelle fonti, anche se si sta considerando solo un singolo tipo di fonte relativamente semplice. Le fonti che hanno una “forma” irregolare (come quelle testuali con lunghi resoconti narrativi scritti in paragrafi, capitoli, ecc., o i database di raccolte di immagini/suoni/video) risultano essere problematiche quando si tratta di convertire le loro informazioni in dati. Tuttavia, il problema sorgerà anche nelle fonti più strutturate (come gli elenchi dei censimenti o le valutazioni fiscali), che non sono mai così semplici come potrebbero sembrare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cosa s’intende con “forma”? Il concetto di “forma” è importante per capire come funzionano i database e per inserirvi le fonti. Una regola fondamentale è che tutti i dati nel database stanno in tabelle. Questo significa che le informazioni prese dalle fonti dovranno essere inserite in una struttura tabellare, cioè disposte per righe e colonne. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le informazioni delle fonti sono ciò che ci interessa. Rappresentano ciò che useremo per eseguire le analisi e costituiscono la materia prima della ricerca dello storico. Indipendentemente dal database, quando si guardano le fonti con una necessità metodologica, estraiamo informazioni da esse e le registriamo come note (a volte come trascrizioni).  La registrazione delle informazioni, in questo modo, permette di accedere a ciò di cui abbiamo bisogno senza dover consultare la fonte originale in futuro. Inoltre, nel prendere appunti assimiliamo le variazioni del tipo e della portata dell'informazione registrata, senza preoccuparci della forma di quest’informazione, cosa che non è più possibile in un database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per esempio, un manifesto potrebbe fornire allo storico la maggior parte delle informazioni della fonte - informazioni su luoghi, date, tematiche, eventi, ecc.- ma dal punto di vista della progettazione del database è importante notare che esistono altre informazioni interessanti oltre ai contenuti stessi.  È opportuno identificare questi tipi di informazioni non testuali, come dimensioni della pagina, layout, tipi e dimensioni dei caratteri, lingua, timbri d'archivio, colori usati ecc. Le descrizioni della fonte possono essere informazioni utili tanto quanto ciò che la fonte effettivamente dice.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Considerando un manifesto come un elemento candidato per l'inserimento in un database, l'aspetto più ovvio di questa particolare fonte è che non assomiglia molto a una tabella: non è &amp;quot;rettangolare&amp;quot; in termini di forma, ovvero il testo non è organizzato in colonne e righe. Questo rende difficile accertare la portata delle informazioni (di cosa trattano) senza leggere effettivamente l'intera fonte.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Immediatamente quindi diventa evidente che se volessimo includere queste informazioni nel nostro database, dovremmo pensare attentamente a come inserirle. In che modo si possono riordinare le informazioni in colonne e righe? Come dovrebbero essere le colonne? Come si potrebbero dividere le informazioni in istanze di qualcosa (righe)? Le nostre fonti, sebbene possano essere molto utili, spesso non sono effettivamente adatte ai database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
D'altra parte, però, esistono anche fonti che a prima vista sono più promettenti in termini di idoneità all'inclusione in un database. Prendiamo per esempio i censimenti che invece hanno una forma più &amp;quot;rettangolare&amp;quot;. Qui le informazioni sono convenientemente organizzate in colonne e righe: ogni colonna riguarda un particolare tipo di informazione (nome, età, occupazione e così via), e ogni riga corrisponde a informazioni su un singolo individuo. Questa è una fonte che si &amp;quot;adatta&amp;quot; alla struttura del database senza bisogno di troppe conversioni, poiché la sua forma intrinseca si avvicina molto a quella richiesta dal database.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bisogna comunque sottolineare che anche in questo caso il processo di conversione da informazioni della fonte a dati del database non sarà privo di problemi, anche se alcuni di essi si potrebbero risolvere facendo una selezione. Lo storico, infatti, dovrà scegliere un metodo di scelta delle informazioni relativo allo scopo della sua ricerca.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il primo passo è quindi quello di decidere quale scopo (o scopi) il database dovrà raggiungere. Ciò non è così ovvio o diretto come ci si potrebbe aspettare, dato che i database in astratto possono effettivamente servire ad uno o più tipi di funzioni. In sostanza, comunque, ci sono tre tipi di funzioni a cui lo storico è probabilmente interessato:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
# Gestione dei dati&lt;br /&gt;
# Collegamento dei record&lt;br /&gt;
# Definizione del '''[[Modello concettuale, logico e fisico|modello]]'''/analisi aggregativa&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ciascuna di queste funzioni è un obiettivo che può essere raggiunto attraverso il modellamento del database nel processo di progettazione, e ognuna richiederà che alcuni passaggi nella formazione del database siano condotti in modi specifici, sebbene non si escludano affatto a vicenda. Quest'ultimo punto è importante, dato che la maggior parte degli storici vorrà avere accesso all'intera gamma di funzionalità offerte dal database, e probabilmente si impegnerà in ricerche che richiederanno tutti e tre i tipi di attività elencati. In altre parole, è raro che gli storici sappiano esattamente cosa vogliono fare con il loro database all'inizio del processo di progettazione, cioè quando queste decisioni dovrebbero essere prese. Questo è il motivo per cui molti storici sono inclini a progettare database che massimizzino la flessibilità per poterli usare in seguito nel progetto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
# L'aspetto della gestione dei dati del database è in molti casi una specie di sottoprodotto di come funziona il database ed è anche una delle sue funzioni più potenti e utili. È molto importante per uno storico essere in grado di tenere grandi quantità di informazioni (provenienti da diverse fonti) sia in un’unica struttura sia in una forma che renda possibile trovare qualsiasi informazione e vederla in relazione ad altre informazioni. Molti storici usano il database per l'organizzazione bibliografica, che permette loro di collegare le note delle letture secondarie alle informazioni prese dalle fonti primarie e di poter risalire alla fonte di entrambe. Gli strumenti più semplici dei database possono essere usati per trovare le informazioni rapidamente e facilmente, rendendolo un buon contenitore di informazioni da recuperare.&lt;br /&gt;
# Il collegamento dei record è il punto in cui il database, e in particolare il database relazionale, entra in gioco. Collegare persone, luoghi, date, eventi e temi attraverso fonti, periodi e confini geografici o amministrativi è chiaramente un compito incredibilmente utile da svolgere.&lt;br /&gt;
# Infine, una volta che le informazioni sono state convertite in dati, il database può essere impiegato per raggrupparle. Una volta che i record sono aggregati, allora diventa possibile contarli, il che significa poter eseguire le analisi statistiche e definire i modelli strutturali all'interno delle informazioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A proposito della progettazione dei database, esistono due modelli concettuali: quello “analitico” (orientato al '''[[Database centrati sul metodo|metodo]]''', come preferiscono alcuni autori), focalizzato su un problema di ricerca, e quello “empirico” (orientato dalle '''[[Database centrato sulle fonti|fonti]]''') che cerca di rendere conto del corpus documentario, come base di registri parrocchiali o di battesimi, per esempio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In sintesi, il '''[[Modello concettuale, logico e fisico|modello]]''' di database orientato alle fonti riguarda la progettazione del database storico orientato alla registrazione di ogni singola informazione dalle fonti, senza omettere nulla. Una specie di surrogato digitale delle fonti. Le informazioni e la loro forma strutturano completamente il modo in cui il database deve essere costruito.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questo approccio alla progettazione di un database attira molto uno storico, poiché pone le fonti al centro del progetto. Richiede tempo per l’inserimento dei dati e, se applicato rigidamente, può portare ad un progetto ingombrante, poiché si cerca di raccogliere ogni singola informazione della fonte. Dal lato opposto, però, permette di adottare in seguito approcci analitici più ampi, in modo che le potenziali query non dipendano dal programma di ricerca iniziale. In questo modo non si devono anticipare tutte le domande di ricerca, al contrario del modello orientato al metodo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Detto in altre parole, questo primo modello trasferisce la fonte (con tutte le sue peculiarità e irregolarità) nel database senza perdita di informazioni: tutto (o quasi) viene registrato e se successivamente si nota qualcosa d’interessante, non sarà necessario tornare alla fonte per inserire altre informazioni che all’inizio non erano sembrate utili.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il database orientato al metodo, invece, è basato su ciò che è destinato a fare, piuttosto che sulla natura delle informazioni che contiene. Di conseguenza, se si vuole adottare questo modello per la progettazione, è necessario sapere, prima di iniziare, lo scopo del database (incluse le ''query'').&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I database orientati al metodo sono più veloci da creare e da “riempire”, ma è molto difficile deviare successivamente dalla funzione progettata del database, al fine di (ad esempio) perseguire nuove linee di indagine.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In definitiva, gli storici potrebbero spesso decidere di seguire una via di mezzo tra le due possibilità, dimostrando forse una maggiore propensione per l'approccio orientato alle fonti. Quando si decide di quali informazioni si ha bisogno, è importante tener conto del fatto che le esigenze possono cambiare nel corso di un progetto e che potrebbe durare diversi anni. Se si vuole essere in grado di mantenere la massima flessibilità nel programma di ricerca, allora c’è bisogno di inserire più informazioni nella progettazione del database. Se non si sa se le esigenze di ricerca cambieranno, è sconsigliato inserire più informazioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al contrario se si conosce la fonte (o le fonti) molto bene in anticipo, se sono state definite le esigenze di ricerca predeterminate, se non si cercherà di recuperare tutte le informazioni dalla fonte, e se si è già a conoscenza di come trattare e quali ''query'' porre sui dati, allora è consigliabile un approccio orientato al metodo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In conclusione, per progettare un database serve tempo, specialmente se si è adottato il primo approccio e si sta lavorando con una serie di fonti diverse, ricche e complesse. Tuttavia, il tempo speso a lavorare sulla progettazione sarà più che ripagato quando si arriverà alle fasi di inserimento e analisi dei dati del progetto del database. Le fonti storiche daranno origine a tutti i tipi di complicazioni e più si riesce ad anticiparli/accomodarli nella progettazione, maggiormente efficiente sarà l'uso del database in seguito.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nessun database è perfetto, e l'unico indicatore di qualità (o di successo) quando si tratta di progettare un database è se serve o meno alle varie funzioni prefissate. Se si riesce a gestire le informazioni nel modo che serve, a eseguire le analisi e ad essere flessibili in entrambe quest’aree, allora il modello è buono. L’importante è non valutare la qualità del database solo alla fine e costruire (ad esempio) un prototipo strutturale del database (cioè con solo le tabelle e le relazioni, senza preoccuparsi troppo degli altri strumenti che vanno nella creazione dell'applicazione del database): un “mini-database” in cui inserire alcuni dati per vedere le carenze nel progetto. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A questo punto è probabile che si possono trovare queste situazioni:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Arquivo:InRosi1.png|800px|center]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una volta inseriti i dati, si possono progettare ed eseguire alcune query per testare se le domande di ricerca possano essere effettivamente soddisfatte dal progetto attuale. L'esecuzione delle ''query'' è il test definitivo per verificare se il progetto del database funziona o meno, ed è probabile che si debbano riorganizzare i campi.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Una volta terminati questi test, è sufficiente progettare e ricostruire il database sistemando i problemi riscontrati. Sarà difficile e lungo all'inizio, ma alla fine ne varrà la pena!&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
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		<author><name>EnricaSalvatori</name></author>	</entry>

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